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FISIOSOFIA E NEUROPLASTICITÀ COSCIENZIALE

-Relazione Sophy International Congress 2019-

Intenzionalità e spontaneità

Quando si fa un lavoro introspettivo, indipendentemente dal metodo scelto, ciò che in primis è necessario, affinché tale lavoro su se stessi possa essere tale, è l’intenzionalità, nel caso dell’adulto, di ascoltare la propria parte profonda e lasciare che emerga con spontaneità. In realtà, ciò che denominiamo parte profonda è ciò che sentiamo visceralmente, ossia senza sovrastrutture logico-razionali (essa è pre-strutture intellettuali), quindi è profondamente legata alla spontaneità (ecco perché ho specificato che ciò serve all’adulto, in quanto il bambino è spontaneità in azione).

E la spontaneità, a sua volta, è legata alla propria physis, ossia alla propria natura, indole.

Ma ciò riguarda l’identità, l’identificazione di ognuno. Esiste un’identità che trascende, ossia la fisiologia che permette questo collegamento tra la parte profonda e la sua espressione, la sua manifestazione. Il sistema nervoso è un meraviglioso groviglio di strutture neuronali che trasmettono segnali biochimici e bioelettrici, che possiamo, sempre attraverso l’attivazione di tali percorsi, denominare: emozioni, azioni, pensieri, percezioni, movimenti, ecc.

Le neuroscienze hanno evidenziato che la struttura cerebrale, pur possedendo le stesse aree in tutti gli individui, è diversa in ognuno!

Come se fosse una sorta di impronta digitale, la cui “grafica” è determinata dagli stimoli, dalle esperienze che ognuno svolge nella propria vita. In effetti

la recente epigenetica sta spiegando il perché ognuno di noi è diverso,

e come le scelte, le azioni, le esperienze che facciamo determinino la propria physis, sulla base degli studi della neuroplasticità. Tale funzione del cervello è quella per cui le connessioni nervose si rafforzano o si indeboliscano, a volte fino a perdersi, appunto in base agli stimoli che ricevono, e alla selezione di quelli valutati più utili.

Neuroplasticità in età adulta

In passato, si pensava che solo nella fase embrionale questa funzione avesse luogo e che proseguisse fino alla fase adulta, i recenti studi hanno invece dimostrato che tale funzionalità prosegue praticamente fino a che l’essere umano è in vita, e che quindi

è possibile cambiare il proprio modus operandi.

È stato possibile verificare ciò attraverso le più avanzate tecnologie di diagnostica per immagini, per esempio, si è visto che i tassisti di Londa, avendo dovuto memorizzare negli anni le diverse strade da percorrere, avessero l’ippocampo (struttura importante per la memoria) più sviluppato, oppure che i musicisti abbiano alcune aree più sviluppate di altre, e così via. Tramite la risonanza magnetica funzionale e la tomografia a emissione di positroni, che monitorano l’attività del cervello durante l’esecuzione di attività diverse, si è osservato che il cervello di un musicista, allenandosi metodicamente e costantemente negli esercizi musicali, presenta più sviluppate l’area motoria, quella visiva e quella deputata all’ascolto, coinvolgendo sia la parte destra che la sinistra e, quindi, anche il corpo calloso (che è la struttura cerebrale che fa da tramite per passaggio degli impulsi nervosi tra i due emisferi).

Lo ha dimostrato un team di ricerca composto da studiosi del Dipartimento di Psichiatria dell’Università Columbia di New York e della Divisione di Imaging Molecolare e Neuropatologia presso il NYS Psychiatric Institute coordinati dall’italiana Maura Boldrini, articolo su scienze.fanpage.

Home page dell'articolo su fanpage.it

Di conseguenza il musicista risulterà avere una migliore capacità nella risoluzione dei problemi e nella gestione e progettazione di più attività complesse.

La neuroplasticità è ciò che consente l’apprendimento;

per esempio, con il ripetere più e più volte un determinato movimento, o la combinazione di questi, si allena non solo la struttura muscolo-scheletrica, ma lo schema del movimento che, attraverso la ripetizione, viene appunto fissato nella memoria, il livello visibile di tale operazione sarà la fluidità e l’apparente facilità che arriva allo spettatore di chi esegue quell’azione, quell’abilità, ma affinché ciò sia possibile significa che l’impulso motorio che, dal cervello, attraverso le terminazioni nervose, arriva al muscolo, alle articolazioni e, viceversa, attraverso le afferenze, ossia gli impulsi nervosi che dalla periferia (ad esempio, le sensazioni del contatto sul terreno dell’appoggio, per eseguire quella performance, quella particolare posizione delle mani, quell’angolo del movimento del ginocchio ecc.) arrivano al centro (il cervello), percorrendo più e più volte quel percorso neuronale, ne ha rafforzato le connessioni tra i diversi centri di elaborazione. Ecco che quel salto, quella danza esprimerà coordinazione, precisione, equilibrio…armonia,

perché più aree del cervello funzionano simultaneamente,

infatti, più azioni si compiono contemporaneamente più la performance è ritenuta difficile e al contempo spettacolare. Già…perché chi guarda ne rimane colpito, affascinato? Ebbene, la scienza ha una risposta anche su questo.

Studi relativamente recenti hanno infatti evidenziato che guardando qualcun altro fare un qualcosa, si attivano in entrambi le medesime aree, anche in chi, appunto, quel movimento non lo compie ma lo osserva.

Sono i cosiddetti neuroni a specchio che, vedremo, riescono a percepirsi anche senza “specchio”!

E non solo. Il merito di questa ricerca è tutto italiano grazie a un gruppo di ricercatori dell’università di Parma guidati dal professor Giacomo Rizzolatti. Una curiosità. La scoperta, rivoluzionaria, su questa funzionalità è stata del tutto casuale: un ricercatore, mentre stava misurando le funzioni cerebrali di un macaco, ha preso una banana da un cesto scatenando la risposta neuronale dell’animale (che nel frattempo era collegata a degli elettrodi per misurarne appunto l’attività) Il Dr. Giacomo Rizzolatti insieme a Luciano Fadiga, Leonardo Fogassi, Giovanni Pavesi continuarono la ricerca e riuscirono a dimostrare l’esistenza nell’uomo di questi neuroni tramite la stimolazione magnetica transcranica. Tale funzionalità è valida non solo per i movimenti ma anche per gli stati coscienziali, le emozioni. Ed ecco spiegata la parte neurofisiologica di ciò che denominiamo empatia.

L’empatia e la maieutica

L’empatia,

anche se è un fenomeno sempre più raro oggigiorno, è quella capacità che tutti potenzialmente abbiamo di poter riconoscere lo stato d’animo dell’altro. Ebbene, possiamo riconoscerlo proprio perché si attiva la medesima area cerebrale. Siamo in grado di comprendere che l’altro sta provando per esempio dolore o gioia, proprio per questo funzionamento, ossia il nostro cervello non decodifica soltanto l’espressione della mimica facciale dell’altro, ma produce i medesimi impulsi, come se stesse producendo lui stesso tale gioia, o dolore, o aggressività, o (…). Quando, ad esempio, vediamo procurare dolore fisico ad un altro, a volte usiamo l’espressione: “Mamma mia che dolore, è come se lo avessi provato io!” In realtà, in un certo senso, è proprio così! L’immedesimarsi nell’altro sembra, quindi, non essere tanto un lavoro di fantasia, di immaginazione, quanto un’azione reale.
Ogni Via di ricerca interiore, che sia spirituale, religiosa, filosofica, da sempre riconosce la grande importanza dell’

empatia,
per la Sigmasofia
è il requisito minimo di base per poter diventare Maieuti.

Se il Maieuta, come visto, è la facoltà di tirar fuori, dare alla luce (dal greco maieuein) un contenuto coscienziale, per poter viverlo nelle sue diverse sfaccettature e profondità, osservarlo, elaborarlo, attraverso la decodifica simbolica e correggerlo-risalirlo, si intuisce bene che l’empatia, cioè sentire con è indispensabile.

Ed è una capacità che va allenata.

Perché se è di tutti la facoltà di riconoscere uno stato d’animo dell’altro in base a dei comportamenti codificati di primo impatto, non è da tutti immedesimarsi a tal punto da sentirne le sfaccettature, intuirne le sfumature, al di là di ciò che è manifesto. Nelle Autopoiesi Io-somatiche, i vissuti a mediazione corporea sono stati introdotti proprio per poter fare emergere i vissuti integrali, senza l’ausilio del linguaggio verbale che, spesso, è mediatore e fuga dal vissuto più profondo: non si parla di una sofferenza, ad esempio, si lascia che spontaneamente, per risonanza con un gesto, una musica, una dinamica (…), quel pianto, quell’urlo emerga in tutta la sua intensità.

Il Maieuta ha il compito di intuire quel nodo emozionale e creare le condizioni, ovvero le sue A.Si.Re., le sue azioni finalizzate, affinché quel vissuto, spesso inconscio fino a quel momento, al ricercatore stesso, trovi uno spunto per agganciarsi e poter irrompere in tutta la sua naturalezza e autenticità.

A volte è nascosto nell’istante di uno sguardo, di una danza, di una risata e sarebbe impossibile per il Maieuta coglierlo se non avesse maturato un’empatia che viaggia su tutt’altri canali rispetto alla logica intellettuale. Se potessimo misurare, osservare le aree cerebrali del ricercatore e del Maieuta, nel momento in cui interagiscono, molto probabilmente vedremmo le stesse aree attivate, perché altrimenti non solo l’uno (il Maieuta) non potrebbe riconoscere il momento identificativo dell’altro (il ricercatore) ma, e non di minor importanza, neanche il contrario. Infatti, il Maieuta, con la sua azione finalizzata, orienta lo stato che l’altro sta vivendo, che può essere nell’amplificarglielo, o nel trasformarlo; per rimanere nell’esempio, un abbraccio contenitivo, profondo, fusionale, nel momento del pianto viscerale, intenso, autentico, non potrebbe avere il reale effetto del contenimento, se il ricercatore, nonostante sia impegnato nell’esprimere tutta l’intensità del suo sentito, non percepisse simultaneamente l’effetto di quel contenimento, che lo orienta verso la trasformazione del suo stesso stato d’animo, fino al suo esaurimento, fino a calmarlo, per poi acquisire, attraverso la razionalità, la presa di consapevolezza e la decodifica di quanto vissuto, durante l’elaborazione verbale.

Come si creano nuove sinapsi con il vissuto viscerale

Ebbene, quanto vissuto, proprio perché riconosciuto significativo

(ricordiamo che le connessioni sinaptiche
si rafforzano
quanto più l’evento esperienziale è ritenuto utile),

nel momento di

tale interazione tra ricercatore e Maieuta, avrà creato, fisicamente, delle nuove sinapsi, i cosiddetti solchi coscienziali, in entrambi.

Il ricercatore avrà cominciato a strutturare dei nuovi percorsi neuronali, perché quella sofferenza che era in lui ha scoperto, ha vissuto non esplicitarsi nella sola manifestazione attraverso il pianto, seppure importante (perché l’Io-psyché si è permesso un’intensità di vissuto che magari altre volte si era autocensurato, per paura di giudizio, per paura di mostrare una parte proiettivamente sentita come “debole” ecc.), ma stavolta l’ha sentita orientata. Ha vissuto la nuova esperienza del pianto abbinato ad un contenimento, che non ha un sapore soltanto affettivo, ma

orientante, verso la consapevolezza;

non è l’abbraccio di un amico, di un familiare che, seppur utile, di solito non ha la finalità dell’orientamento verso l’autoconsapevolezza. È utile evidenziare che la componente dell’intenzionalità, della finalizzazione è parte integrante del processo di apprendimento (e in effetti lo è in tutti i campi). Sperimentando via via sempre più vissuti in questa direzione, il cervello del ricercatore rafforzerà sempre più le relative connessioni sinaptiche, a discapito delle “vecchie”, che non avevano potere risolutivo, quanto identificativo. In questo passaggio, possiamo osservare l’interazione tra l’intenzionalità-finalità e l’identificazione, in quanto, se è vero che si rafforzano le connessioni quante più esperienze si fanno in quella direzione, è l’Io-psyché che, in base al suo livello di autoconsapevolezza, stabilisce che direzione prendere. Se, per esempio, si risponde sempre allo stesso modo alla stessa esperienza, si rafforza l’identificazione in quella modalità di risposta, si entra nella coazione a ripetere, e l’Io non riconoscerà più altre possibilità di risposta, perché non ne ha create, “neuronalmente”, delle altre.
Se nel ricercatore le nuove sinapsi cominciano a formarsi verso la nuova direzione, nel Maieuta, questa ulteriore esperienza ha rafforzato e implementato la sua rete neuronale perché, anche se il gesto dell’abbraccio, del contenimento è stato ripetuto migliaia di volte, il mondo psichico, Io-somatico del ricercatore è sempre diverso, è unico; e addirittura, anche se il ricercatore è lo stesso, è diversa la sua fase, di vita, di attraversamento interiore, quindi il vissuto emergente dall’interazione dei due (o più) sarà sempre nuovo. Tornando al ricercatore, questi, in base all’esperienza vissuta, avrà immagazzinato altre informazioni, che avrà disponibili all’occorrenza.
Approfondendo l’esempio, se, in quel contenimento, si sarà sentito accettato, integralmente, avendo trovato chi ha riconosciuto e ascoltato il suo urlo di sofferenza, di rabbia (…), in quel momento avrà integrato un’altra forma di relazione: l’accoglienza vera, profonda, avrà iniziato a sanare quella ferita, perché ha trovato una soddisfazione concreta, autentica. Attraverso l’elaborazione di quanto vissuto, potrà riconoscere che il permettersi di esprimere visceralmente quanto sentito, senza resistenze, opposizioni, paure, condizionamenti (…) è il primo passo che può condurlo verso il soddisfacimento di quella sua richiesta.

Ma, compito del Maieuta è essere una figura di passaggio,

affinché quella stessa capacità di contenimento, di accettazione reale, concreta, autentica, sia riconosciuta e integrata in se stesso, come una propria facoltà. Il ricercatore, progredendo nel suo lavoro di formazione a se stesso, vissuto dopo vissuto, esperienza dopo esperienza, in merito a se stesso, al proprio modo di relazionarsi con sé e con l’altro, starà riconoscendo e costruendo materialmente la propria identità, aumentando il proprio patrimonio sinaptico, fino ad avere a disposizione molte strade, molti solchi per riconoscere e realizzare l’azione più efficacie, più funzionale per sé: starà riconoscendo il proprio potere reale (funzione rappresentata, in Sigmasofia, dallo scettro Ypsilambd).

Neuroplasticità ed ecologia

Attraverso le altre proposte formative, questa capacità verrà allenata in vari contesti, sempre con la finalità di avere a disposizione più esperienze-banchi di prova possibili. Con le escursioni, per esempio, si potenziano la capacità di superamento degli ostacoli, delle difficoltà, quella di immergersi nella natura, stimolando la componente più istintiva, intuitiva, attraverso gli odori, i suoni, l’attenzione simultanea sul proprio modo di progredire e sul paesaggio circostante, la capacità di fusione con i vari elementi naturali: la pioggia, il vento, il fango, l’acqua, il sole, la roccia, le grotte, i rovi (…), strettoie e improvvise aperture di pianure, mentre l’Io apprende e ritrova la sua vicinanza a quegli elementi che sente rigenerarlo, perché intuisce, e via via prende sempre più atto, che quello è il suo ambiente naturale, come il liquido amniotico per il feto. Ed ecco che, immergendosi sempre più nella fitta vegetazione,

via via si riappropria
dell’agilità, del fiuto, della coordinazione, dell’equilibrio,
della capacità di vedere nel buio, di saper entrare.

Molti ho visto avere difficoltà nell’entrare in una grotta, perché quella strettoia, quel buio rievocano stati Io-somatici, psichici, emozionali, profondi, a volte fino alla vita intrauterina, in altri la proiezione di paure relazionali con parti di sé, in altri ancora sono stati cassa di risonanza di difficoltà incontrate nella vita e non emotivamente superate. Ebbene, con determinati accorgimenti e modalità maieutiche, si può apprendere l’arte dell’entrare e, poiché il vissuto è talmente significativo proprio per la risonanza profonda, non scordarla più. L’entrare potrà essere in merito a qualunque contenuto: sapersi lasciare andare ad un’emozione, scegliere un’azione diversa da quelle fatte fino a quel momento, assumersi una decisione per sé coraggiosa, (…).

Neuroplasticità e allenamenti di Sophy Martial Art

Così per gli allenamenti di Sophy Martial Art, dove si zoomma sul potenziamento del corpo per farlo con i correlati psichici, e si forgia l’attitudine al superamento, al superamento della fatica, della stanchezza, del voler mollare, del non voler tentare, dell’“Io non lo so fare” (…), che ognuno trasferirà, come principi attivi, nelle proprie situazioni di vita. Ecco che una capriola è il ribaltamento di un proprio modo di approcciarsi a quella determinata situazione, che lo stretching muscolare è un “allungamento” coscienziale, una flessibilità di comportamento (…) e l’Io apprende come danzare con le varie componenti di sé, l’altro, attraverso la Danza autopoietica, per trovare il punto di fusione con essi, per scatenare la propria vitalità, consapevoli del campo di forze che la muove. La finalità è che quel ricercatore, nella prossima situazione che la vita gli riserverà, per esempio di forte conflitto, o di dolore, o, perché no, di puro divertimento, saprà come entrare, saprà come muoversi coscienzialmente, come superarlo perché, tutti i movimenti fatti in palestra, tutte le volte che avrà dovuto trovare il modo di guadare quel torrente, di arrampicarsi su quella roccia, di superare quella cascata nella forra, tutte le volte che si sarà autorizzato a vivere quel pianto, quella danza sensuale, che avrà saputo chiedere, che si sarà appiattito al terreno per entrare il quel cunicolo (…),

il suo cervello avrà immagazzinato tante informazioni,
creato tanti solchi, tanti percorsi neuronali che,
senza pensarci, i principi attivi appresi emergeranno dal profondo
e lo orienteranno nella scelta dell’azione più efficacie per sé.

Neuroplasticità e autopoiesi

E veniamo ai meccanismi più sottili. Se i meccanismi di apprendimento hanno la loro fisiologia nella neuroplasticità,

la neuroplasticità ha la sua fisiologia nel campo di forza vitale,

che crea, modula e orienta tali connessioni. Tale campo di forza, in Sigmasofia, è definito autopoiesi. È, appunto, la forza creatrice: ciò che crea, al di là del contenuto, dell’applicativo specifico. Ecco che la ricerca si sposta su un altro piano. Non ci accontentiamo di conoscere l’origine psico-emozionale di quel pianto, di quella gioia, di quella danza, di quella somatizzazione (…), ma ci spingiamo nell’esplorazione vissuta di quel campo di forza che ne permette la manifestazione. Proprio perché consapevoli che i contenuti pocanzi descritti condizionano le nostre azioni di vita, vi dedichiamo ampio spazio di ricerca, di elaborazione, ma siamo altresì consapevoli che tutto ciò che è materiale, visibile, neuroni compresi, hanno la loro matrice nell’autopoiesi, altrimenti semplicemente non potrebbero esistere. Si è scelto tale termine proprio per evidenziare tale facoltà autocreatrice (da autos, se stesso e poieo, creo), in modo neutro, senza attribuzioni filosofico-religiose, che Tradizioni di ogni epoca e luogo hanno comunque riconosciuto e denominato in vari modi. Lo spermatozoo e l’ovulo, che sono alla base della nascita delle varie specie viventi, hanno in loro le informazioni che determinano il loro modo di funzionare, così come la cellula, da uno stato di indifferenziazione, saprà esattamente “come” e “a chi” trasferire a sua volta le sue informazioni di differenziazione e, quindi, di sviluppo. Così come una gemma cresce e sboccia in un fiore, un bruco passa da crisalide a farfalla, una stella muore esplodendo e una tartaruga marina trova l’orientamento attraversando centinaia di chilometri di profondità, per tornare a deporre le uova nella stessa spiaggia sulla quale è nata (…).
L’autopoiesi è appunto ciò che sottende a tutto ciò ed è percepibile tanto quanto è tangibile, soltanto che per i più non lo è nell’immediatezza e, a causa dell’allontanamento, come consapevolezza, dalla sua percezione, molti non se ne interessano o, addirittura, ne negano l’esistenza!

Tale campo di forze è, quindi, tutto ciò che è pre- manifestazione sensibile, ma poiché ha creato noi stessi, quindi anche i nostri sensi-percezione, è possibile appunto percepirla.

Il metodo Sigmasofia ha elaborato le Autopoiesi olosgrafiche, che sono la tecnologia interiore che permette di accedere a quel livello di percezione vissuta. Dopo aver dato ampio spazio alla fuoriuscita dei contenuti Io-somatici, identificati nei vari significati personali, attraverso le Autopoiesi Io-somatiche, l’Io è invitato a osservare interiormente il campo di forza che li determina. Attraverso specifiche posture, statiche e dinamiche, rivolgendo lo sguardo nella propria interiorità, si possono percepire un’infinità di forme, striature, biosluminescenze, in un caleidoscopico susseguirsi di immagini; quanto più queste perdono la propria struttura morfologica, che siamo abituati a percepire nel cosiddetto esterno (quindi le forme materiali, così come le vediamo con gli occhi aperti), tanto più stiamo entrando nella fisiologia strutturale, coscienziale, ossia in quella stessa energia bios-elettrica, bios-chimica che, attraversa le fibre nervose, si trasforma in (movimento, pensiero, emozione, ecc.). In realtà, questo passaggio, come sappiamo, avviene in ogni istante, è il nostro livello di consapevolezza che si sposta su quel piano, in quel momento, ed è come se ne intercettasse la formazione, la creazione (ricordiamo che questo particolare passaggio è rappresentato graficamente dal segmento centrare della Ypsilon: Ψ, la Psi, l’archetipo Psi, che è il fattore attraverso il quale possiamo appunto prendere coscienza della Y, come altro archetipo della creazione, del campo coscienziale; la Y è la rappresentazione grafica dell’unione degli opposti, spermatozoo e ovulo, emisfero destro e sinistro ecc.., ossia delle forze che, interagendo, creano).

La ricaduta delle Autopoiesi nell’azione quotidiana

Al di là della capacità di osservare esattamente la formazione di quel particolare stato d’animo, voglio evidenziare il meccanismo che determina la facoltà della coscienza di poter osservare se stessa. Questo poter farlo implica una capacità di spostamento, interiore, di movimento della coscienza. E ciò ha delle implicazioni rivoluzionarie, anche come ricaduta nel proprio quotidiano, se sapute vedere.

Vediamole per gradi.

Il passare da uno stato d’animo all’altro è già una forma di spostamento, la cui determinazione voluta e scelta permette di essere i “registi” e non gli attori inconsapevoli, ma siamo su un piano ancora identificativo, proprio perché ne scegliamo i contenuti, quando la nostra consapevolezza si sposta su ciò che sta a monte, ossia il campo coscienziale (autopoietico), ci ritroviamo immersi in quel multiforme soleidar che tutto crea, e se lo siamo veramente è come se non avessimo più modo di soffermarci in una particolare forma, immagine, perché tutto scorre; è una creazione continua, transfinita, e la sola percezione per un tempo breve di questo “mondo”, di questa funzionalità, che accade in noi stessi ogni attimo della nostra vita, ci dà il senso, perché vissuto, partecipato, dell’impermanenza delle cose, dei pensieri, delle emozioni, così come il ciclo di vita testimonia in ogni forma vivente e non. Ciò corrisponde inevitabilmente a un

senso di maggior apertura, di libertà (autopoietica),

perché di avvicinamento, come consapevolezza, alla naturalità del tutto scorre, e quindi, via via che ne rafforziamo l’esperienza (già preparata nell’espressione libera di qualunque stato coscienziale), necessariamente matureremo questa capacità di trasformazione dello stato identificativo, che automaticamente perderà tensegrità, potere di assorbimento, di permanenza, perché in esso avremmo saputo intuirne l’origine di stato indifferenziato.

Più partecipiamo il campo coscienziale, più sentiremo la nostra stessa struttura antropomorfa “perdere” tale forma.

Ecco perché nelle varie forme meditative, di qualunque natura, vengono riferiti stati di fusionalità con il tutto, perché si percepisce concretamente, tangibilmente, essere parte del tutto, come se i nostri neuroni fossero sparsi nell’aere, e come campo, lo sono, altrimenti non potrebbero esistere né tali percezioni (testimoniate in ogni epoca, indipendentemente dai metodi, ribadisco) né le forme di telepatia, di telesomatopatia, di retro- e pre-cognizione (quando verificate), né le forme di sincronicità. L’empatia stessa, di cui abbiamo trattato prima, ne è la testimonianza, forse più vicina come esperienza, ai più: se è vero che si attivano gli stessi neuroni di due cervelli diversi che stanno condividendo un’esperienza, deve pur esserci qualcosa che ne determina il funzionamento, e cos’altro è se non il campo coscienziale che, infatti, non si attiva solo se l’uno guarda l’altro, o se i due sono contigui (in base al funzionamento visto dei neuroni a specchio), ma si attiva anche a distanza, ossia quando l’uno non può fisicamente guardare l’altro o condividere la stessa esperienza nello stesso spazio. Questo è possibile proprio perché

tutto è atomicamente e coscienzialmente legato,

come se ci fosse un’enorme rete neuronale complessiva, costituita da ogni forma vivente, da ogni manifestazione sensibile, utilizzabile dal singolo che si “sintonizza” su di essa. In Sigmasofia, numerose volte si sono fatti esperimenti su questo, e spesso si è verificato che il sentito, la percezione di uno corrispondesse precisamente al sentito, al percepito dell’altro, anche posto a centinaia di chilometri di distanza. Questo anche perché maggiore è la condivisione di esperienze significative, maggiore, più profondo è il collegamento con l’altro, del resto anche non volendo fare un esperimento su questo, si conoscono le esperienze dei gemelli monozigoti, che riferiscono di sentire quello che sente l’altro, anche a distanza, è nell’esperienza, diretta o indiretta di molti, che una madre possa intuire che il figlio stia male, o abbia fatto un incidente, anche se non è presente.

La scienza e il campo coscienziale

Anche da un punto di vista scientifico, delle nuove scoperte stanno andando in una direzione simile, si stanno infatti progettando dei congegni che sfruttano l’energia degli impulsi nervosi di determinate aree del cervello che, collegate (in Wi-Fi) a un computer, collegato a sua volta a un oggetto, lo fa muovere a distanza. Ciò trova applicazione per esempio nell’azionamento di una carrozzina elettrica da parte di un tetraplegico (che non può quindi muovere né arti superiori né inferiori), oppure nell’apertura di una porta a distanza. Quindi è come se le connessioni nervose sane, bypassassero le innervazioni lesionate, “sostituite” con collegamenti artificiali, che sanno sfruttare l’energia elettrica…e trasformarla in comando, ossia utilizzano il campo (coscienziale) e lo indirizzano sui comandi voluti, al di là del sistema nervoso specifico (in quanto danneggiato) che ne decodifica l’impulso e, evidenzio, a distanza (in wi fi): Il cervello, viaggio nei suoi segreti – futuris, minuto 09.07.

Per questo, categorie come lo spazio-tempo convenzionali, nel funzionamento del campo coscienziale, non hanno evidenza di esistere, per questo, per la Sigmasofia, “i neuroni non si specchiano” soltanto. Se nella percezione di noi stessi, perde forma la nostra stessa struttura antropomorfa, anche gli stati identificati, come detto, perdono tensegrità, è come se avvenisse una sorta di disgregazione, per questo vengono riferiti stati di leggerezza abbinabili al volo, perché i pensieri, il corpo, via via che l’Io procede nel processo di disidentificazione, perde peso gravitazionale, e non è una metafora, è un’esperienza “fisica”, ossia coscienziale, infatti “corpo” e “coscienza” divengono lo stesso processo all’autopercezione, perché sono di fatto parte dello stesso processo.
Vengono riferiti stati di espansione, di estasi; perché l’Io si sta effettivamente espandendo: non si riconosce più soltanto nel corpo, nei contenuti della coscienza, ma si autopercepisce come coscienza, e poiché il campo coscienziale appartiene a qualunque forma vivente può “fisicamente” riconoscersi nel tutto. Certo stiamo parlando di esperienze forse ai più rare, ma possibili. E tanto basta, secondo me, per porsi delle domande, per orientarsi verso l’esperienza diretta. Al “ritorno” da questa autopercezione come stato indifferenziato, di solito se ne esce con uno stato di benessere profondo, che è qualcosa di diverso, di più ampio, rispetto a un benessere contrapposto a un malessere, infatti è spesso definito come uno stato rigenerante. È esattamente lì che infatti avviene l’autorigenerazione-guarigione, perché siamo in uno stato di creazione, quindi pre-malessere/malattia, che è un contenuto della coscienza, al pari di qualunque altro, e pre -benessere/guarigione. Anche in merito a ciò esistono degli studi che comprovano l’effetto rigenerante del sonno collegandolo a una fase di eliminazione di scorie da parte del cervello, di eliminazione di dati non ritenuti utili e di eliminazione di tossine.

Nel processo di smaltimento delle scorie dal cervello, un ruolo chiave ce l’hanno il fluido cerebro-spinale e gli spazi interstiziali dei canali dove scorrono le vene. È infatti il fluido cerebro-spinale che raccoglie le scorie dal tessuto cerebrale attraverso le cellule gliali, le terminazioni neuronali con funzioni di nutrimento e di sostegno, per poi accompagnarle, attraverso il canale in cui scorrono le vene, nel sistema linfatico e, infine, nel flusso sanguigno, dove si mescolano con le scorie degli altri tessuti, per sfociare quindi nei reni o nel fegato. Gli studi hanno messo in evidenza che il sistema di espansione e contrazione dello spazio interstiziale, necessario per far scorrere il liquido cerebro-spinale, è molto più attivo durante il sonno; il sonno è, pertanto, funzionale all’eliminazione delle scorie dal cervello e, quindi, la deprivazione del sonno o la scarsa qualità dello stesso posso provocare un malfunzionamento del sistema con un conseguente accumulo di detriti, alla base dello sviluppo di malattie neuro-degenerative, come l’Alzheimer o il Parkinson. M. Nedergaard (ricercatrice Medical Center dell’Università di Rochester) e S. A. Goldman (professore di neuroscienze all’Università di Rochester), Grandi pulizie tra i neuroni, su Le Scienze, Editoriale L’Espresso, maggio 2016Cit. Articolo di Cinzia Malaguti.

Foto dell'articolo di Cinzia Malaguti.

La Risalita-transmutazione

Durante le Autopoiesi olosgrafiche si entra in uno stato di lucido abbandono, di sonno lucido, definito così proprio perché l’Io, pur essendo in uno stato di profondo rilassamento (simile al sonno) è al contempo lucido, iper-lucido, ossia perfettamente consapevole di ciò che sta vivendo, visualizzando. Il campo coscienziale crea, è il nostro livello di consapevolezza che si posiziona e permane in uno stato identificativo, a volte permane talmente tanto da cronicizzare tale stato e densificarlo come somatizzazione. Tutto è Io-somatico, lo sappiamo, il riso, la gioia sono espressioni del corpo, del viso, così come lo è il dolore attraverso il pianto ecc.,

il punto è il tempo di permanenza-fissazione.

Di solito tendiamo a permanere nel malessere, nella problematica, e parlandone, pensandoci continuamente non facciamo altro che nutrirlo, rafforzarlo, fino a volte ad attaccare qualche organo, qualche funzione, il che aumenta la preoccupazione, spesso, piuttosto che la strategia di superamento. In questo caso, stiamo percorrendo un percorso opposto a quello descritto precedentemente, infatti si riferiscono stati di “appesantimento”, di “chiusura-trappola” e non sembriamo vedere altro se non quel singolo stato. È ciò che in Sigmasofia viene definito il collasso-riduzione della funzione campo morfo-atomico-coscienziale, proprio perché il sistema involve, collassa su se stesso, fino, appunto, ai casi più gravi di patologia (di fatto, questo processo avviene ogni volta che osserviamo, viviamo un evento nel suo contenuto, proprio perché “restringiamo” il campo percettivo, che può essere rivolto su ciò che, a monte, come detto, è una creazione continua).
Ma, se abbiamo vissuto il percorso di disidentificazione, sappiamo che sta a noi la responsabilità della scelta di un percorso inverso, che dal sintomo, così come da ogni situazione-stato coscienziale, può procedere a ritroso, fino a ciò che ha generato quell’identificazione-somatizzazione, indipendentemente dal contenuto: è ciò che la Sigmasofia denomina

Risalita-transmutazione,

proprio perché quello stato si trans-muta in qualcos’altro, che non è un altro stato, un altro contenuto, ma in ciò che sta a monte. Ribadisco che, affermando questo, non sto dicendo che è colpa nostra se ci ammaliamo, che la patologia è un qualcosa che ci si va a cercare, che si vuole, ovviamente, ma sicuramente dei processi, dei nodi emozionali non elaborati, degli irrigidimenti comportamentali, delle coazioni a ripetere, l’essere autoreferenziali senza mai “vedere” l’altro, senza tenerne conto, il mantenersi sempre a un livello superficiale, l’allontanarsi come consapevolezza, dal funzionamento più profondo e autentico dei vari meccanismi, ci rende sempre più scollati da noi stessi, dalle nostre stesse origini, e quindi può concorrere a farci ammalare e la patologia, a volte, è proprio l’opportunità per poter “riaffacciarsi” a noi stessi. Infatti,

molte persone affette da patologie invalidanti, proprio perché toccano livelli di difficoltà enormi, sono necessariamente costretti a far i conti con loro stessi:

con la rabbia del non poter fare questo o quello, con la ferita o la paura del giudizio dell’altro, con l’essere costretti a chiedere aiuto all’altro, quindi a misurarsi con i propri limiti, con la propria “dipendenza” (…), ma se abbiamo occhi per vedere questi sono contenuti della coscienza che appartengono a tutti, anche a chi ha le funzioni motorie intatte. Soltanto che chi non ha deficit motori di solito pensa di non avere “problematiche” importanti, vive nel suo mondo da “normodotato”, spesso senza interrogarsi sui propri modi di interrogare se stesso e ciò che lo circonda, addirittura etichettando chi lo fa come “uno che c’ha problemi”, “uno strano”! perché spesso si abbina l’avere una problematica ad un diminuzione di forza, di potere. In realtà la cosiddetta problematica è la difficoltà nell’affrontare un qualche evento di vita, e a chi non è mai capitato questo? È banale sottolineare la problematica che un disabile ha rispetto chi si può muovere liberamente, ma

siamo così certi che chi si può muovere fisicamente lo faccia poi così liberamente?

Essendo fisioterapista, e Maieuta, sono assolutamente certa che a volte è esattamente il contrario. Abbiamo visto che il movimento è, nella sua origine, impulso bios-elettrico, è, nella sua essenza, campo coscienziale; tanto che un contenuto emotivo (la paura del giudizio, una difficoltà nell’assunzione di una propria componente ecc.), può bloccarne l’espressione, oppure renderla titubante, impacciata. Può impedire lo spostarsi fisicamente da un luogo all’altro. Conosco diverse persone che da sole non raggiungono posti più lontani da quelli abitudinari, non guidano su strade che non conoscono, ecc. così come una persona con difficoltà motorie, se ha fatto un lavoro su se stessa, se ha accettato quella componente di sé come tale, se convive con la sua disabilità senza opporsi continuamente ad essa, sfoggerà una leggerezza di movimento che avrà un sapore diverso, perché sarà una leggerezza che è oltre, e che smuoverà le coscienze perché veicolerà un messaggio, per l’inconscio di chi vi si imbatte (vedi Espedito).

Vedremo un Io che
nonostante sia imprigionato in un corpo immobilizzato, deturpato, mutilato,
in realtà saprà esplorare la propria interiorità
ed estrarne dei principi attivi
non solo funzionali a se stesso,
ma in grado di essere da esempio,
fino a dare il proprio contributo alla storia dell’umanità,

vedi Stephen Hawking, Zanardi, Bebe Bio (…). Non so se sono consapevoli di come e cosa hanno toccato nella propria interiorità per sprigionare tali risorse, il punto è che è una possibilità disponibile nel campo coscienziale complessivo, starà all’Io del singolo scoprirla.

La Fisiosofia

La Fisiosofia è la proposta operativa della Sigmasofia da me applicata in fisioterapia, che

riabilita l’Io a ritrovare la propria autonomia, fusionale.

Lo accompagna a guardarsi dentro, gli trasmette le indicazioni per poter costruire i propri strumenti d’indagine, pezzetto per pezzetto, elaborazione dopo elaborazione. Attraverso duri allenamenti (coscienziali), l’Io si forgerà nell’attraversamento delle proprie difficoltà quotidiane. Si osserverà insieme che uno scalino che si ha paura a scendere è La paura, dell’insuccesso, del giudizio del condomino che nell’aspettare di poter passare ferisce profondamente col suo silenzio, con la sua pazienza. Si può insegnare mille volte la tecnica di come alternare il bastone al piede, di quale gamba appoggiare prima (…), ma se l’Io è (più che comprensibilmente) assorbito da quei contenuti, quello scalino non si saprà mai come scenderlo. La Fisiosofia tende a

orientare verso la propria physis,
la propria natura,

nella sua accezione come riconoscimento della

propria identità individuale,

nel riconoscimento delle proprie peculiarità e funzionalità, a cui spesso l’identificazione ripetitiva e fissata nella sola componente “malata” non fa più rivolgere lo sguardo, la consapevolezza, ma anche e soprattutto nel riconoscimento come parte-Universi, ossia come esperienza vissuta di essere parte fusionale con il Tutto. Attraverso le Autopoiesi olosgrafiche, l’Io si riapproprierà di quella capacità di spostamento che nel corpo gli è negata e saprà navigarla in regioni inesplorate di sé.

E chi, come Monica, una ricercatrice tetraplegica da me seguita, potrà affermare:

“La consapevolezza l’ho conosciuta attraverso l’Autopoiesi Aequilibrium e quella dell’Espansione.
Aequilibrium mi ha aiutato ad entrare nella mia interiorità, e a sostenermi nell’accettare tutti o quasi i limiti che ancora ho (in quell’ “ancora”, possiamo notare che si parla di limiti di autoconsapevolezza e non di quelli fisici che, ovviamente, non sono superabili).
L’Autopoiesi dell’Espansione mi ha fatto viaggiare senza pagare il biglietto! Per poterlo fare devi essere cosciente di te stesso e devi lasciarti andare, alle sensazioni che hai già vissuto e a quelle nuove. Lì ho la sensazione di serenità e di essere libera, perché ho cercato la mia via d’uscita da quella gabbia che è il mio corpo, e non solo…, libera, anche da tutti coloro che ancora non riescono ad accettarmi nella mia disabilità e a vedere che io dentro sono la stessa, ma è cambiata l’ottica in cui vedo la vita: anche se non ho un mio spazio, l’ho trovato dentro, coincide con lo spazio di consapevolezza”.

Ecco cosa è capace di fare l’Io quando riconosce il proprio potere reale. La sua capacità di danzare con se stessa, con la vita, non è certo inferiore a chi danza per professione.
Questo che vi mostrerò è invece un video dei due campioni olimpionici 2018 di danza di Pattinaggio artistico, che sono entrati nella storia per la loro performance pressoché perfetta.

Secondo me mostra di cosa è capace l’Io quando è perfettamente allineato al soma. Se riusciamo ad osservarlo al di là della bellezza della performance, possiamo intuire il campo coscienziale. Proviamo ad osservarlo di pancia e potremmo intuire cos’è la sincronia, l’equilibrio, la coordinazione, i neuroni a specchio, proviamo a veder l’Io oltre al corpo che danza (sono la stessa cosa). Io non so se c’è un lavoro su loro stessi a monte, probabilmente no, ma hanno toccato vette che li ha fatti entrare, infatti, nella storia del pattinaggio. Ovviamente è un applicativo, neanche particolarmente significativo come ricaduta nel quotidiano, però fa intuire i principi attivi che sono a monte, e se confrontato con quanto Monica ci ha detto, noteremo evoluzioni simili, solo che quelle di Monica le hanno cambiato la qualità della vita.


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