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Il linguaggio simbolico-reale in E.CO.A (Escursionismo-ecologia Coscienziale Autopoietica)

-XXI Sophy International Congress-

Il linguaggio simbolico-reale è una tecnologia, uno strumento per rendere manifesto, visibile, uno stato interiore. Da sempre l’essere umano ha sentito quest’esigenza, attraverso le prime pitture rupestri, scelte di luoghi e costruzioni sacre.

In realtà tutto ciò che l’essere umano ha concretizzato rappresenta il raggiungimento delle proprie avanguardie di consapevolezza, così come ognuno di noi può osservare rispetto alle proprie realizzazioni. Quando l’uomo viveva a stretto contatto con la natura, la sua spiritualità ne era diretta emanazione, infatti veniva rappresentata in base all’osservazione degli eventi naturali, e i luoghi di culto erano direttamente connessi a tali osservazioni o rappresentavano dimensioni interiori raggiunte.

La sua progressiva evoluzione ha determinato sì delle scoperte meravigliose, determinanti, e si è effettivamente riusciti ad allungare l’aspettativa di vita, ma si può rilevare un simmetrico spostamento fuori, senza contezza del dentro, un disallineamento progressivo dalla natura, dall’innato, con la finalità spesso, di governare, di dominare la natura stessa, ma senza sentirsene parte integrante! C’è stato un avanzamento impressionante della tecnologia, con applicazioni eccezionali in campo scientifico, medico, ingegneristico, aereospaziale. Esistono delle costruzioni che sono il top dell’avanguardia ingegneristica, ma non scaturiscono dalla medesima avanguardia della conoscenza dell’interiorità. Non ne rappresentano i principi attivi indagati, quindi non sono destinate a parlare all’inconscio, a durare nei secoli, ma, ad esempio, ad essere superate da grattacieli ancora più alti, o dalle forme sempre più bizzarre.

Non assistiamo più a costruzioni di spazi dedicati alla spiritualità (indipendentemente dalla religione che rappresentano) come metafore di luoghi coscienziali, di vissuti raggiunti, di ispirazione per gli avventori. Pensiamo alle navate delle chiese cristiane che, anche in questo caso, più sono antiche, più sono collegate a processi dell’interiorità conosciuti, penetrati: comunicano immediatamente un senso di profondità, di vastità, di silenzio riflessivo profondo. Pensiamo ad alcuni Templi costruiti in posti tra i più impervi possibili, solo il raggiungimento fisico del luogo è un viaggio nella propria interiorità, un superamento della difficoltà, della paura, una sfida con se stessi. Ecco che balza all’evidenza che per trovare un nesso più evidente tra dimensioni interiori raggiunte e costruzioni materiali, nonostante il progresso attuale raggiunto, bisogna far riferimento alla cosiddetta Tradizione, che, invece appunto, aveva ben chiaro questo linguaggio simbolico-reale. In Sigmasofia lo si elegge come uno tra gli strumenti fondamentali per poter approfondire la conoscenza di sé. Vediamo come.

Il setting sigmasofico è impostato per l’indagine della sfera emotiva, psichica e relazionale (con se stessi e con l’altro), della sfera somatica, quindi della consapevolezza della modalità di funzionamento del proprio corpo: delle rigidità e delle tensioni, dell’agilità e flessibilità, o non fluidità, delle parti grasse, di accumulo, dei sintomi-patologie, della forza e della resistenza (…), ed ancora, per l’indagine della componente autopoietica, ossia il campo vitale, ciò che ci consente di respirare, emozionarci, di muoverci, indipendentemente dal come e dal cosa (i contenuti), in definitiva: ciò che consente all’esistente di esistere. Quest’esplorazione delle varie componenti di sé avviene attraverso diversi settori operativi, ognuno con una specificità, ma miranti alla presa di consapevolezza del funzionamento d’insieme di queste componenti che, in realtà non sono che l’espressione dello stesso ente, cioè l’Io, su diversi piani di manifestazione, un po’ come l’acqua nel suo stato liquido, solido e gassoso.

In una determinata fase del setting, dedicata all’approfondimento della sfera psichica-emotiva, e denominata Autopoiesi Io-somatica, si elimina temporaneamente il linguaggio verbale, in favore dell’espressione corporea, per comunicare il proprio stato emotivo, il proprio vissuto, rispetto a un determinato contenuto, quale l’affettività, il potere, il dolore, la rabbia, l’aggressività (…), per sperimentare quale livello di consapevolezza vissuta abbiamo rispetto alla tal tematica, per ampliarla, approfondirla, per poter meglio orientarla ed eventualmente correggerla, fino alla percezione della fisiologia autopoietica che le permette di esprimersi, al di là del contenuto. Nel momento in cui il ricercatore è chiamato a mettere in relazione il suo vissuto in merito a (…), non potendo utilizzare il linguaggio verbale, viene aiutato dalla possibilità di utilizzare degli oggetti, chiamati appunto mediatori autopoietici. Questi sono diversi: palle di varie dimensioni, tubi di cartone o di gomma, stoffe, colori, corde, cerchi, trucchi (…). Se, ad esempio, vuole esprimere un momento di rabbia verso qualcuno della sua vita reale, può farlo colpendo con un tubo di gomma un pallone: la rabbia in circolo è reale, perché la sta davvero rievocando, provando, nel momento in cui colpisce il pallone, e quest’ultimo può rappresentare simbolicamente la persona, la situazione verso cui nutre la rabbia. Ecco che il linguaggio simbolico-reale inizia a manifestarsi. Di quella ipotetica rabbia in circolo, il ricercatore può esserne consapevole o meno, nel senso che non sempre ha contezza dell’eco profonda, anche a livello somatico, che quella situazione riferita, ha su di sé, anche se razionalmente la riconosce. Il poter esprimere il sentito, liberamente, senza giudizio, e senza la mediazione del linguaggio verbale (che difficilmente è direttamente sostenuto dal relativo campo emozionale, se l’evento emotivo non è in circolo nel momento in cui se ne parla), lo aiuta a prenderne consapevolezza attraverso il vissuto, che proprio perché si svolge in una palestra, in presenza di persone non collegate all’evento per lui scatenante, circondato da oggetti di per sé neutri, ne esasperano la veridicità: non entra nel botta e risposta con la persona con la quale confligge nella sua vita reale, ma si ritrova immerso nel suo vissuto emozionale. Il Maieuta glielo farà indagare con tutti gli strumenti di cui dispone, non entrerà mai nel giudizio della giustezza o dell’erroneità del suo vissuto, perché se quello emerge con quello si deve fare i conti. Sarà compito del Maieuta costruire le condizioni che più faciliteranno il ricercatore nel calarsi nell’emozione vera, profonda, e da lì, orientarlo, vissuto dopo vissuto, alla sua presa di consapevolezza sempre più penetrata, fino alla sua stessa transmutazione. (Si utilizza questo termine per evidenziare, attraverso il prefisso trans, il passaggio dell’attraversamento e del cambio di stato; il termine trasformazione si addice più a un cambio di superficie, più che di stato). Una particolarità del setting sigmasofico, non di poco rilievo, è che l’emozione, su cui lavorare è sì indicata dal Maieuta, ma è una traccia di partenza, poiché il ricercatore può esprimere tutto ciò che spontaneamente sente. Seguendo l’esempio, se la tematica sulla quale lavorare è la rabbia, non è detto che il ricercatore in quel preciso momento riesca a rievocarla, magari l’emozione in circolo è invece di tristezza o di felicità o (…) ed è quella che sta producendo quella a cui dare espressione, oppure, parte con il ricordo di una situazione che ha determinato quell’emozione, ma mentre svolge la seduta, le situazioni in cui si trova coinvolto lo portano ad altri vissuti emotivi. Il Maieuta, nella fase di decodifica verbale, che serve proprio per trovare le analogie e le motivazioni del vissuto in seduta, aiuta il ricercatore ad elaborare sia l’emozione spontaneamente emersa sia il motivo di un vissuto diverso dalla consegna data. Specifico questo per evidenziare che il lavoro più significativo si svolge proprio sulla reale emozione in circolo, che quindi non è guidata, forzata, indotta, ma può emergere in conseguenza di situazioni spontaneamente createsi in palestra, che rispecchiano simbolicamente quelle della vita reale, perché suscitano proprio quella personale risposta emotiva e non altre. Ed ecco che il significato del linguaggio simbolico-reale dovrebbe diventare più chiaro. L’indagine su di sé, dopo aver approfondito le cause che hanno determinato quella data risposta emotiva, comportamentale, prosegue con la costruzione vissuta delle strategie di superamento, per relazionarsi con se stessi e con l’altro in modo più consapevole e quindi poter meglio gestirsi.

Cosa c’entra tutto questo con l’ecologia?

Come sappiamo l’oikos, da cui il termine eco, significa natura, ambiente, casa. Ogni nostra azione la svolgiamo in un ambiente, che sia nell’ambiente domestico, lavorativo, o in natura. Ma l’ambiente, come visto, è anche la nostra interiorità, perché un’azione per poter manifestarsi deve prima crearsi come sentito, come percezione e simultaneamente essere processata nel nostro cervello-sistema nervoso per diventare azione, e quell’azione non potrà non risentire del nostro habitat interiore: se ho subito delle violenze in casa, se sono stato educato alla supremazia dell’uomo sulla donna, se sono stato circondato da affetto, e apertura alla diversità (…), non posso non risentire di quelle atmosfere, che il mio Io, per peculiari caratteristiche e predisposizioni avrà interiorizzato, avrà vissuto in un determinato modo, ciò determina la sommatoria più proprietà emergente (il Sigma), che mi individuano proprio nel modo in cui mi presento al mondo, e le mia azioni ne saranno ovviamente diretta conseguenza. Per esempio, il modo di arredare la propria casa, il luogo scelto in cui vivere, ad una attenta osservazione, dicono molto circa la persona che siamo. Possiamo quindi affermare che l’ambiente interno ed esterno sono l’uno lo specchio dell’altro. Ma la casa in cui viviamo è inserita nell’Oikos Pianeta Terra, è la Terra. Eppure quest’affermazione così banale, spesso non lo è per la nostra consapevolezza profonda. L’uomo che consideriamo meno evoluto, che in genere corrisponde a quello più a contatto diretto con la natura, è più in linea, più in sintonia con i suoi ritmi, le sue modalità di funzionamento, se non altro perché la non conoscenza di esse metterebbe in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Invece, l’intelligenza dell’uomo, conosciute le risorse di cui disponeva, le ha sfruttate, e continua a sfruttarle, per aumentare il suo comfort, per aumentare la possibilità di scelta nella maggior immediatezza possibile. Così identificato nella soddisfazione dei suoi bisogni-desideri non primari (ossia legati alla sopravvivenza, ha completamente perso di vista l’insieme, non sa calcolare le conseguenze, proprio perché è andato fuori natura. Scoperta l’agricoltura, non si è accontentato della produzione funzionale a quel territorio, si è spinto alla coltivazione di aree sempre più grandi, all’utilizzo di mezzi sempre più veloci, all’impiego di serre e pesticidi per avere disponibilità continua di quell’alimento, trascurando scientemente le conseguenze dell’impatto che tutto questo ha sia nel luogo esterno, vedi le deforestazioni, la messa in pericolo delle specie viventi in quel luogo, che in quello interno: l’ingerimento continuo di alimenti trattati con sostanze nocive, tossiche per se stesso! Ma, lo sfruttamento così scellerato dell’ambiente che lo circonda è la conseguenza della mancata indagine del suo ambiente interno, della sua interiorità. Al funzionamento ecologico innato primario abbiamo aggiunto talmente tante sovrastrutture che non lo riconosciamo più, fino, a volte a negarne l’esistenza! Per funzionamento ecologico innato si intende la predisposizione al saper vivere in natura, così come infatti accade per le altre specie. Un animale sa come evitare il freddo, o come sviluppare metodi di adattamento, conosce fin da piccolo come istintivamente difendersi o il percorso per abbeverarsi (…), sa costruire nidi, tane, utilizzando ciò che ha nelle immediate vicinanze e in modo da resistere ai pericoli, non ha bisogno di costruirsi il grattacielo, non invade il luogo in cui vive di costruzioni e di mezzi per lo spostamento fino a rendere irrespirabile l’aria che lui stesso deve respirare per vivere.

Non sto affermando che la soluzione è tornare a vivere come gli uomini delle caverne, né sto disconoscendo l’efficacia delle attuali scoperte scientifiche, ma dovrebbe esserci una misura, che significa meditazione. Infatti, riconnettendoci consapevolmente con le funzionalità ecologiche innate sapremmo riconoscere esattamente quale misura adottare, senza cadere negli eccessi.

I nostri atti sono la misura dell’autoconsapevolezza.

Anche il nostro corpo e l’utilizzo che ne facciamo lo è: quando lo nutriamo di eccessi, di sostanze nocive, di allenamento, di disciplina (…). Possiamo darlo in pasto a qualunque pulsione erotica ed esserne schiavi, così come autodeterminarci nel mostrarlo nel modo che riteniamo più idoneo per noi, o ancora decidere come l’altro può utilizzarlo, e ucciderlo se non rispetta le regole, come accade perfino attualmente in Afganistan, dove con un burka, che letteralmente significa coperta, si è deciso che la donna deve essere coperta integralmente, anche mani e piedi devono essere rivestiti da calze e guanti, è consentita una piccola apertura, con tanto di trama a rete, all’altezza degli occhi. Si può disporre del suo corpo, o meglio abusarne (in molti casi) quando l’uomo vuole, si può disporre delle sue facoltà psichiche: non deve studiare, lavorare, rivestire ruoli, se non quello di essere a disposizione di un altro essere umano che ne differisce per la forma anatomica di alcune zone del corpo: se non è follia, ritardo cognitivo questo, quale altro gesto insulso deve compiere l’uomo per rendersi conto che è fuori misura!

Un altro esempio di effetti in base alla propria autodeterminazione è la danza: alcuni sentono, nella musica, nel movimento, una forma artistica che può essere strumento per accedere a dimensioni più profonde di loro stessi, un ponte per connettersi ed esprimere la propria spiritualità, fino a stati estesi di coscienza (le danze tribali, il Sufismo, ecc.), oppure mezzo di stordimento, magari con la stessa finalità di vivere stati non ordinari, ma non tanto con finalità di penetrazione di se stessi quanto come fuga dal quotidiano (i Rave e similia). Senza entrare nel giudizio, ma tentando di osservare il dato: il vivere a contatto con la natura, esterna ed interna, con finalità di penetrazione consapevole, porta a delle modalità di vita, il vivere in ambienti industrializzati porta ad altre.

Ed ancora. Pensiamo agli allevamenti intensivi: in nome del soddisfacimento della fame, come pulsione primaria, l’uomo non si accontenta di mangiare ciò che gli è funzionale, ma si nutre spesso in sovradosaggio, e per garantire quell’alimento lo produce in quantità industriali, appropriandosi della vita di altri esseri viventi, gestendone l’esistenza a suo uso e consumo, senza preoccuparsi della qualità della vita a cui li espongono. Ma le condizioni igieniche a cui li costringono, i mangimi scadenti con cui li nutrono, diventeranno il suo stesso cibo. In questi ambienti, non si considera più la vita, gli animali diventano oggetti in movimento da inserire in catena di montaggio. Ma la vita che anima gli animali è lo stesso campo vitale che permette a lui stesso di vivere, solo che non lo riconosce empaticamente.

La meccanica quantistica ci insegna che tutto è atomicamente collegato, la ricerca interiore (dalla notte dei tempi) ci insegna che tutto è coscienzialmente legato, tutto è in entanglement (interconnesso). La vita ce ne dà quotidianamente piccole prove: per esempio, non potremmo apprendere dei nuovi movimenti o capacità osservando altri che li compiono, o non potremmo commuoverci vedendo un altro essere che soffre, se non si attivassero simultaneamente le stesse aree celebrali, che ci consentono di riconoscere quell’evento e di farcelo percepire come la nostra stessa sofferenza.

L’identificazione sempre più ridotta, confinata ai nostri personali contenuti (emozionali, nozionistici, esistenziali), è come se avesse atrofizzato la capacità di ampliare lo sguardo a ciò che ci circonda e di percepircene parte integrante, facendoci invece percepire come parti distaccate, nel migliore dei casi interagenti, ma non facenti parte di un tutto funzionale. È come affermare che il dito interagisce con la mano, non che ne è parte. In questa distorsione percettiva è come se ci indentificassimo esclusivamente nel dito senza sentire che è una (piccola) componente del corpo.

In questa mancanza di riconoscimento di appartenenza a un qualcosa si molto più ampio, si arriva davvero a ritenere di poter disporre della vita altrui, che sia di altre specie viventi o della propria, come le continue guerre, pulizie etniche, uccisioni di massa, deforestazioni, accumulo di quantità inimmaginabili di spazzatura, scarti del benessere tanto inseguito, stanno lì a testimoniarci. Se è vero che tutto è in entanglement, pur non schierandosi dalla parte di chi materialmente compie tutto ciò di cui sopra, siamo interamente coinvolti e quel “dito che uccide” è parte dello stesso organismo Pianeta Terraè un mio stesso dito. Ecco perché la crisi climatica a cui assistiamo è la crisi esistenziale dell’essere umano che, nel suo delirio di potere, si è talmente allontanato, come consapevolezza, dalle forze ecologiche innate che lo compongono, che non le riconosce più come proprie.

Non riconoscendo più le sue stesse radici, le attacca, le deturpa, le aggredisce, auto aggredendosi. È come se fosse colpito da una malattia autoimmune, quando il corpo non riconosce più come proprie alcune cellule che lo compongono e il suo sistema immunitario si comporta come farebbe con agenti patogeni, iniziando ad attaccarli, per distruggerli. È come se l’essere umano si trovasse in questa fase prossima all’irreversibilità (se già non lo è), in questo senso, è un malato terminale.

Per questo la Sigmasofia, si colloca come una possibile Via per riconnettersi consapevolmente con ciò che ci tiene in vita e in entanglement, e considera gli eventi, di qualunque natura, interni ed esterni, come un processo di autoconsapevolezza. Ha ritenuto necessario dover istituire una vera e propria Scuola di formazione per l’essere umano (anche di lunga durata), per poter riappropriarsi consapevolmente proprio di ciò che in realtà è già innato. Essendo inserita in questa epoca storica, si è reso necessario addirittura il riabituare l’uomo alla natura, attraverso il progressivo inserimento di oggetti mediatori naturali, quali rocce, torrenti, cascate, terreni impervi, il vento, il sole (…) nel setting sigmasofico, che è molto ampio, non si svolge solo in palestra, altrimenti si reimmetterebbe la discrasia della separazione tra ambiente protetto interno e contesto esterno. Ecco allora che pratiche come l’arrampicata e il torrentismo diventano autopoietici, per questa finalità conoscitiva, così come attività subacquee e di paracadutismo, la pratica dell’escursionismo in orizzontale e i Viaggi della Conoscenza, per un contatto sempre più integrale e integrante in natura, per riscoprire l’Oikos che siamo.


In occasione del Congresso, all’intervento teorico è seguita la proiezione di un filmato sullo stato attuale del Pianeta Terra, sia dal punto di vista naturalistico sia come impatto delle diverse azioni dell’essere umano su di esso e sulle sue relazioni.
Chi è interessato alla sua visione, può inviarmi una richiesta tramite e-mail, all’indirizzo:

gaiaruia75@gmail.com

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