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Mente, corpo e malattia

Conferenza tenuta presso Ass.ne Il Melograno -Formello-

Siamo ormai abituati al concetto che mente e corpo interagiscono, tanto da coniare il termine e la relativa disciplina “psico-somatica”. Tuttavia ad essa si associa prevalentemente un’accezione patologica, infatti è la branca medica che lega un disturbo fisico ad una possibile causa psichica. (1948 Schiassi, candidato premio Nobel dimostrò scientificamente le interazioni tra mente e corpo attraverso gli studi sull’ulcera gastrica duodenale, negli anni settanta il fisiologo Hugo Besedosvky dimostrò che lo stress, attraverso l’aumento della produzione di cortisolo, causava una soppressione della risposta immunitaria, nel 1988 fu fondata la PNEI, la psiconeuroendocrinoimmulogia, la disciplina che connette il funzionamento dei processi psichici a quelli dei sistemi neuroendocrini e immunitario, anche attraverso l’integrazione di studi su diverse pratiche meditative).

Eppure l’esperienza di ognuno ci dimostra quotidianamente che tutte le componenti che ci compongono (quella fisica, quella psico-emozionale e, vedremo, anche quella energetica, che in Sigmasofia denominiamo “autopoietica”), sono strettamente interconnesse tra loro, anzi possiamo affermare che non interagiscono, ma funzionano simultaneamentesono lo stesso processo, che si manifesta su diversi piani. Infatti, quando ad esempio abbiamo paura, il cuore accelera il suo battito e vengono prodotti dei neurotrasmettitori, come l’adrenalina, che ci spinge a compiere determinati atti fisici, quando siamo particolarmente felici, eccitati, viene prodotta la dopamina che, come noto, può aumentare le prestazioni fisiche, quando siamo particolarmente giù di tono, tristi, è la produzione di serotonina che è maggiormente implicata e che determina una riduzione dei movimenti, la persona depressa o semplicemente triste difficilmente si mette a danzare, o aumenta le prestazioni fisiche. Questi (e altri) neurotrasmettitori sono prodotti naturalmente dal nostro corpo (attraverso i sistemi endocrino e nervoso) e la loro modulazione accompagna gli stati interiori, possiamo dire che ne sono l’aspetto neuroendocrino, mentre il corpo, attraverso le sue posture e movimenti o riduzioni di essi, ne è l’aspetto visibile. Man mano che si è scoperta l’esistenza e la funzione di questi neurotrasmettitori, la loro formula chimica è stata sintetizzata e ne sono derivati diversi farmaci detti appunto “regolatori del tono dell’umore”, ma anche le droghe sfruttano la stimolazione di determinate aree per aumentarne o inibirne la produzione. Questo per dire che farmaci e droghe hanno il loro effetto perché già esiste in natura, ed è possibile “regolare il tono dell’umore” o “aumentare le proprie prestazioni” recuperando consapevolmente il funzionamento naturale senza averne effetti collaterali nocivi. Tutti questi meccanismi di funzionamento non potrebbero esprimersi, però, se non ci fosse il campo vitale, ossia l’energia che permette al cuore di battere, ai polmoni di contrarsi ed espandersi, all’impulso nervoso di formarsi ecc., campo che, in Sigmasofia, viene denominato autopoiesi, che significa autocreato, ad indicare quel campo di forze che si autocrea, generando la vita in tutte le manifestazioni che conosciamo. Questo elemento, che veicoliamo in ogni istante dell’esistenza è, tuttavia, il meno conosciuto, e sottende anche alla manifestazione della malattia, infatti un cadavere non si ammala, pur mantenendo traccia del campo di forza vitale attraverso i processi naturali di trasformazione del corpo. Possiamo quindi affermare che vita e morte sono processi continuamente generati dall’autopoiesi, che sottende all’espressione di qualunque manifestazione esistente. È la componente sovrasensibile (ma vedremo, tangibile, percepibile) di quell’unico processo (io-somato-autopoietico) descritto prima, che è l’essere umano. Componente che in ogni cultura ed epoca è stata individuata, sotto diverse denominazioni, Vie spirituali, ma di cui, man mano che il processo scientifico si è fatto strada, applicando il metodo riduzionista, ossia dello scomporre i vari elementi di studio a parti sempre più piccole e relative aree di competenza, sempre più specialistiche, si è persa consapevolezza ed è stata via via confinata ad essere oggetto d’interesse di pochi rispetto alla massa, pur veicolandola tutto l’esistente!

La Sigmasofia è una scuola di formazione a se stessi, che ha considerato necessaria la consapevolezza vissuta di questo insieme Io-somato-autopoietico (psicosomatico ed energetico) che è l’essere umano, a sua volta inscindibilmente facente parte del sistema vivente complessivo che è l’Universi (i sta ad indicare l’esistenza di più Universi riconosciuti dalla Fisica quantistica).

Da questo preambolo, si può quindi intuire che la Sigmasofia non fa significative distinzioni tra “sani” e “malati” (pur conoscendo professionalmente nel dettaglio le diverse manifestazioni patologiche), in quanto la cosiddetta malattia è una forma di manifestazione dell’essere in vita, in un determinato periodo storico della propria esistenza, tutti abbiamo avuto deli momenti in cui siamo stati malati, e comunque, anche se abbiamo patologie congenite o queste sono permanenti, la malattia è sempre, sempre parziale. Il funzionamento patologico è comunque un processo naturale, nel senso di risposta interna del nostro organismo, che si comporta così perché qualcosa ne ostacola il libero fluire, ma, se, come visto, non esiste un corpo scevro da emozioni, psiche e campo vitale, altrimenti si tratterebbe di un cadavere, come fanno questi aspetti a non essere parte integrante dello stesso processo in atto? Perché se un soggetto è considerato sano proprio perché le varie componenti del sistema nervoso, di quello endocrino, immunologico, psico-emozionale fluiscono armonicamente insieme, nel malato queste componenti smettono di essere considerate un tutt’uno? E se fosse la mancanza di visione d’insieme la vera patologia?

Il riduzionismo scientifico ha comunque e di fatto prodotto degli enormi progressi in campo medico, tecnologico, ingegneristico ecc., alcuni farmaci sono dei “salvavita” ed altri possono risolvere o contenere delle situazioni che potrebbero degenerare fino ad essere fatali, l’attuale chirurgia permette la gestione, a volte la completa risoluzione di un determinato evento patologico, non voglio quindi affatto sminuire l’importanza, di fatto determinante e innegabile, delle attuali conoscenze scientifiche, ma non si può dire che ci sia stato altrettanto interesse per “l’evoluzione interiore”, studi e ricerche d’avanguardia su cos’è la coscienza, ad esempio, cosa sono la morte, gli stati estesi di coscienza, le ipersensibilità, l’empatia, solo per dirne alcuni. Eppure sono argomenti che fanno parte della nostra quotidianità, per saperne di più dobbiamo rivolgerci per lo più al passato, alla Tradizione (indipendentemente dalla corrente spirituale), che riattualizziamo, forse perché chi ci ha preceduto, proprio perché più a diretto contatto con gli eventi naturali, meno incentrato sul “fuori” si rivolgeva più al “dentro” o, meglio, faceva ricadere all’esterno le proprie consapevolezze interiori (pensiamo alla costruzione dei Templi, delle Piramidi che rivelano delle conoscenze avanguardistiche per i mezzi dell’epoca, sia per i processi interiori che rappresentavano sia per le tecniche di costruzione, tanto che ancora oggi sono motivo di ammirazione, mentre oggi vediamo dei grattacieli che sono delle meravigliose sfide ingegneristiche ma che non vogliono rappresentare nulla, almeno consapevolmente, delle conoscenze dell’interiorità).

Tuttavia, negli ultimi decenni, a fronte del riduzionismo scientifico hanno sempre preso più piede le cosiddette “discipline olistiche”, a conferma di un’esigenza dell’essere umano (senza voler entrare nel merito) di voler ampliare la propria visione di sé, ma di fatto l’una visione, si è contrapposta all’altra, tanto da identificarsi, la seconda, come “medicina alternativa”, con tanto di battaglie di screditamento, anche legali, l’una dell’altra. Come si fa in concreto a ritenersi olistici, se si “elimina” una parte, o se si ripropone lo stesso modello dello specializzarsi in singole metodiche (la cristalloterapia, la cromoterapia, l’omeopatia, la naturopatia, l’iridologia ecc.)? Come si fa a considerare un’ipertensione, una patologia autoimmune o un cosiddetto disturbo del comportamento occupandosi esclusivamente della “parte” in cui si evidenzia?

Il punto è, per me, trovare, vivere, un’integrazione tra il ridurre, scomporre per osservare da vicino il dettaglio, il sintomo, l’organo, quel determinato comportamento e tenere conto quanto più possibile di ciò che “circonda” quel dettaglio, di quale contesto complessivo è evidenza.

La Sigmasofia tenta questa integrazione vissuta, in primis tra le componenti che costituiscono l’essere umano (psiche-Io, corpo-soma e energia vitale-autopoiesi) e, simultaneamente, il suo essere connesso, microstrutturalmente e coscienzialmente, all’ambiente, all’Universi: l’entanglement. L’approccio all’integrazione è già intuibile nella scelta del nome Sigmasofia che significa infatti sommatoria (sigma) della saggezza (sofia) di quanto si è saputo estrapolare dalle proprie esperienze di vita. Per poter farlo la Sigmasofia ha elaborato la sua pratica operativa, attraverso otto settori (Io-somatico, pedagogico-psicagogico, autorigenerativo, ecologico, artistico, autopoietico, nuovo paradigma).

Secondo quest’ottica la patologia viene quindi approcciata recuperandone più il significato etimologico di studio, conoscenza (logia) del pathos, dell’emozionarsi. Il sintomo non è più quindi un qualcosa da eliminare nel più breve tempo possibile, ma espressione di una nostra componente (interiore) che si rende visibile, per essere riconosciuta, e quindi risolta. Ci indica che qualcosa nel nostro organismo sta cambiando modalità di funzionamento (la dis-funzione), in risposta a (…). Ma poiché ognuno di noi ha una propria storia personale, diversa ed unica, questa risposta è altrettanto soggettiva, tanto è vero che ci sono diverse reazioni, manifestazioni patologiche rispetto “a (…)”, cioè la causa, anch’essa diversa per ognuno (e forse per questo così difficile spesso da individuare “scientificamente”). Infatti, ad esempio, due individui della stessa età, dello stesso sesso, esposti ad un forte temporale possono reagire uno raffreddarsi e l’altro no. Una sostanza può essere allergenica per un soggetto e non per un altro, un genitore violento verso un figlio può innescare in lui lo stesso comportamento oppure no. Si potrebbero fare migliaia di esempi, il punto è che non si può prescindere dall’unicità di ognuno (il dettaglio di cui sopra) pur riconoscendo una base di funzionamento comune a tutti. La base di funzionamento, come visto, è l’autopoiesi, il campo di forza vitale, la declinazione di esso nei contenuti, nei significati di vita è individuale. Tutti ci emozioniamo, pensiamo, ma ognuno lo fa in base ai propri interessi.

Un possibile approccio alla patologia che proponiamo, è quindi quello di decodificare ciò che il sintomo ci sta indicando, traslandolo nell’interiorità, se è ad esempio l’ipertensione, possiamo chiederci cosa nella nostra vita sentiamo ci faccia troppa pressione, se è un problema all’intestino, quale/i elemento/i di noi stessi e dell’altro metabolizziamo male, quali emozioni, situazioni non riusciamo ad esprimere, se accumulo peso in eccesso, di quali contenuti mi nutro? Ho fame di quale/i emozione/i? Quale mancanza sto riempiendo? Il porci delle domande mirate orienta in quale ambito iniziare la nostra indagine, ma, secondo la nostra esperienza, il solo linguaggio, seppure modulato con competenza, non basta. Ha dato prova di efficacia il vissuto, diretto, integrale, immersivo nelle proprie emozioni, di qualunque natura siano, sulla tal tematica. Il Maieuta, in Sigmasofia, è colui che, dopo aver dedicato anni alla propria autoindagine, ripeto, vissuta, aiuta a tirar fuori (dal greco maieuein), a dare alla luce i vari contenuti del ricercatore che si affida a lui. Si esce un po’ fuori dall’impostazione terapeuta-paziente proprio in virtù della considerazione che siamo tutti sulla stessa barca: esseri umani, che tentano di trovare delle risposte indagando su loro stessi, nessuno può essere più esperto di ciò che sta accadendo all’altro, perché solo chi lo sta vivendo sa esattamene quale intensità, caratteristiche, vigono in lui, l’altro, avendo fatto un po’ di strada nel percorso su se stesso, può indicare meglio il sentiero, ma ognuno lo affronterà a modo suo. Il Maieuta, spalla a spalla con il ricercatore, lo aiuterà a individuare e a costruire la sua strategia di superamento, mettendo in campo tutti gli strumenti che conosce, proponendo un setting molto allargato. Prevedere escursioni in natura per allenare fisicamente il corpo allo sforzo, alla gestione dell’imprevisto, alla capacità di adattarsi ad ogni condizione atmosferica e ambientale, a sapersi orientare di giorno, di notte, per far ricadere i principi attivi appresi quando, nel quotidiano si troverà ad affrontare situazioni impreviste, ostacoli nel raggiungimento di un obiettivo, dovrà prendere decisioni importanti (…); prevede sedute in palestra e in natura, dove poter vivere visceralmente e liberamente le sue emozioni, di qualunque natura, anche le più colpevolizzate, utilizzando, in un tempo preposto, il linguaggio non verbale, per poter meglio vederle, decodificarle, abreagirle o indirizzarle meglio. In questa fase il Maieuta dà una consegna al ricercatore, ossia esprimere, attraverso il gioco libero e spontaneo e soltanto attraverso il corpo, ciò che conosce di una determinata emozione (come la rabbia, la gioia, la sofferenza, il potere, l’affettività ecc.). Il tutto si svolge secondo il registro simbolico-reale che, sinteticamente, è il modo di esprimere ciò che si sente, attraverso il possibile utilizzo di oggetti (palle, stoffe, colori, tubi, foglie, argilla ecc.) sui quali, o attraverso i quali, investire le proprie emozioni. Anche l’altro diventa un oggetto mediatore, nel senso che lo si può investire dei propri vissuti emotivi e relazionali, in base a come succede nella vita reale, ecco che rappresenta simbolicamente una situazione, una persona, una parte di sé, reale. A questa fase del setting segue quella del momento analitico autopoietico, ossia la decodifica verbale del registro simbolico-reale di ciò che si è vissuto, per prendere consapevolezza dei propri meccanismi relazionali con se stessi e con l’altro. Altra fase del setting è la pratica di tecniche meditative statiche e dinamiche, di rilassamento profondo (denominate Autopoiesi olosgrafiche). Questa fase è di fondamentale importanza perché allena l’Io a creare degli spazi di silenzio-suono profondi, dai quali osservare anche l’emozione più intensa (positiva o negativa non ha importanza) per riconoscere, per percepire da dentro quel campo vitale a monte dell’emozione stessa. In quanto campo vitale, genera e può porre in remissione, per questo coincide con uno spazio di autorigenerazione. È un luogo della coscienza di disidentificazione, proprio perché è pre- (manifestazione). In questo gioco di identificazione integrale nel proprio specifico contenuto emozionale, e disidentificazione nella percezione diretta di ciò che è a monte, l’Io prende sempre più consapevolezza di sé, dei suoi nodi emozionali ma anche delle sue risorse e potenzialità e, soprattutto che è molto più esteso rispetto al solo psico-somatico.

Nel protocollo autopoietico concordato con il ricercatore possono essere previsti degli allenamenti di Sophy Martial Art, ossia degli esercizi fisici, anche impegnativi, per aumentare la capacità di concentrazione, di equilibrio, di coordinazione, di flessibilità, ad esempio. Si può utilizzare l’arte, come la danza, la musica, il canto e il teatro autopoietici, dove con l’aggettivo autopoietico si indica la finalità di conoscenza introspettiva, attraverso l’approccio che sto indicando.

Alla luce di tutto ciò, la malattia può quindi essere vista come un’identificazione in qualche nucleo di sé che si manifesta nello psiche-soma, prevalentemente sull’uno o sull’altro. Per questo l’approccio non può essere settoriale, tuttalpiù può rappresentare una porta d’ingresso per approfondire la conoscenza di sé. Se lo si fa realmente e si accetta davvero di mettersi in discussione, la consapevolezza di essere molto più estesi di quello che si crede, relativizza molto la malattia stessa, anche quando è irreversibile, la percezione di sé come esseri viventi complessivi non può che migliorare la qualità della vita o portaci naturalmente a seguire uno stile di vita che non ha bisogno di produrre sintomi. A ben vedere, la malattia stessa è una funzione naturale che tenta di farci prendere consapevolezza di questo funzionamento complessivo, se trascuriamo il messaggio che veicola, quel sintomo si ripresenterà sotto altre forme, con sempre maggiore intensità affinché ce ne occupiamo. Se osserviamo bene, un evento patologico grave non è mai improvviso, anche se potrebbe sembrarlo, ci sono sempre dei segnali, delle avvisaglie, che abbiamo trascurato.

Nella mia esperienza lavorativa come fisioterapista ho sempre toccato con mano che l’elemento psicologico e relazionale è determinante per il recupero stesso. Del resto ho anche toccato con mano che non è proprio possibile trattare l’aspetto motorio del paziente, avulso dal contesto interiore del paziente stesso. O meglio, lo si fa e si è tenuti a farlo come ambito di competenza, ma di fatto la relazione (anche quando vorremmo evitarla) si crea, tanto per il paziente che per l’operatore, soltanto che l’operatore non è proprio formato a tenerne conto. A volte, nodi emozionali, problematiche irrisolte dell’operatore (a qualunque livello), o sue risonanze emotive rispetto alla patologia dell’altro, possono influire notevolmente sull’efficacia del trattamento, o sulla relazione con il paziente, per questo la formazione dell’operatore, secondo me, dovrebbe tenerne in debito conto.

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