Il dolore: funzione, rilevazione, identificazione e consapevolezza.
Il dolore rappresenta un’esperienza sensitiva ed emozionale spiacevole associata a una condizione di danno reale o potenziale dei tessuti. Le sensazioni ad esso correlate, così come le altre modalità sensoriali, svolgono un’importante funzione protettiva da possibili danni ai tessuti, ma hanno modalità differenti e rappresentano caratteristiche di urgenza e primordialità che sono responsabili degli aspetti affettivi ed emozionali della percezione del dolore. Questa è soggettiva e lo stesso stimolo, in condizioni differenti, può essere percepito in modo diverso, come per esempio per molti soldati feriti che, finché non sono portati fuori dal campo di battaglia, non avvertono dolore, o spesso per gli atleti che non si accorgono di aver subito delle lesioni se non al termine della gara. Si può affermare, quindi, che in realtà non esistono degli stimoli puramente dolorifici, la variabilità della percezione del dolore, oltre a renderne difficile la sua definizione e il trattamento, costituisce un ulteriore esempio di come il dolore non sia l’espressione diretta di un evento sensitivo ma piuttosto il prodotto dell’elaborazione di segnali nervosi svolto dal sistema nervoso centrale.

Elaborazione cognitiva e livello di consapevolezza
L’elaborazione è un’espressione cognitiva che, quindi, va di pari pari passo con il proprio livello di consapevolezza. Ancora una volta possiamo vedere come la funzionalità somatica veicoli processi anche psichici. Il dolore, come appena detto, di per sé è come se non esistesse in quanto ente a se stante, esiste l’interpretazione che diamo di quell’evento, così come per tutti gli altri stati coscienziali somato-psichici. Abbiamo visto, per esempio, che anche i colori non esistono in quanto tali, è il cervello che interpreta, decodifica con le denominazioni convenzionali attribuite loro le varie onde elettromagnetiche, così per i suoni ecc., tutto sembra convalidare l’antica affermazione che
la realtà è tale perché così la creiamo.
La percezione del dolore ne è un esempio ancora più evidente, in quanto lo stesso stimolo può essere percepito in modo differente dalla stessa persona, in base al momento interiore, al contesto in cui si trova, vedi l’esempio dei soldati o degli atleti. Se ciò vale per lesioni del tessuto corporeo è ancora più confutabile per le ferite interiori: lo stesso evento doloroso può assumere una forte intensità in un’età ed essere quasi trascurabile ad un’altra, pensiamo per esempio alle prime delusioni affettive, ciò non significa ovviamente che le sensazioni che si percepiscono siano più o meno vere in base all’intensità, ciò che cambia è la consapevolezza e la capacità di gestione di quelle emozioni e sensazioni, cambiamento affatto scontato. Il dolore, come detto all’inizio, ha la funzione di protezione rispetto a danni reali o potenziali dei tessuti, pertanto è legato all’istinto di sopravvivenza e in questo senso assume carattere di primordialità e urgenza ed è quindi associato generalmente a un qualcosa da evitare ma, le sovrastrutture dell’Io spesso lo investono di altri significati che poco hanno a che fare con il dolore in senso stretto. Approfondiamo.

Dolore acuto, persistente e cronico: funzione e identificazione
Il dolore può essere acuto, persistente o cronico, nei primi due casi, ha la funzione di richiamare l’attenzione sullo stato patologico, mentre il dolore cronico non sembra avere nessuna utilità. Già in questa classificazione possiamo intuire quanto affermato poco prima. L’acutezza e la persistenza di un dolore hanno una funzione precisa, ossia quella di far occuparci della zona fisica (o psichico-emozionale) che sta subendo un danno e quindi costringe all’intervento e, in questo senso, è di fondamentale importanza, perché ci dà la possibilità di elaborare possibili strategie operative per la sua risoluzione, le patologie silenti infatti, ossia quelle che sono asintomatiche, sono più pericolose proprio perché spesso non permettono d’intervenire in tempo. Il dolore cronico invece, probabilmente sembra non avere nessuna utilità poiché è come se fosse un’identificazione parossistica su una stessa tematica (fisica o interiore è la stessa cosa) non elaborata e che ci si ostina a non elaborare, che crea un circolo vizioso che, infatti, diviene irrisolvibile, ed è tristemente interessante osservare che molte patologie comportano dolori cronici. La cronicizzazione, inoltre, come vedremo meglio in seguito, è la conseguenza di un’alterazione del funzionamento di alcune componenti del sistema nervoso.
I nocicettori e la rilevazione degli stimoli dolorifici
I recettori specifici per la rilevazione del dolore prendono il nome di nocicettori, ne sono state individuate tre classi:
- nocicettori termici, che vengono attivati da estremi livelli di temperatura corporea, generalmente oltre i 45°C o al di sotto dei 5°C
- meccanocettori, che vengono attivati da stimoli pressori di elevata intensità applicati alla cute
- nocicettori polimodali, che vengono attivati sia da stimoli meccanici di elevata intensità sia da stimoli termici e chimici
- nonché una quarta classe, ancora poco nota, denominata dei nocicettori silenti.
Queste tre classi sono distribuite estensivamente sia alla cute sia ai tessuti profondi. I nocicettori silenti si trovano nei visceri, generalmente non sono attivati da stimoli nocivi ma la loro soglia viene abbassata in conseguenza di stati infiammatori e da varie sostanze chimiche. Si ritiene che la loro attivazione contribuisca alla comparsa dell’iperalgesia secondaria e della sensibilizzazione centrale, che sono due importanti sindromi dolorose.
I nocicettori convertono l’energia termica, meccanica e chimica degli stimoli nocivi in potenziali elettrici che vengono propagati verso il sistema nervoso centrale.
Patologie e alterazione della percezione: allodinia e iperalgesia

Esiste una rara patologia che rende i soggetti insensibili al dolore in conseguenza della mutazione di un gene (fondamentale nella percezione del dolore nell’Uomo).
In numerose condizioni patologiche si osserva un’attivazione incontrollata dei nocicettori. L’allodinia e l’iperalgesia ne sono un esempio, nel primo caso i pazienti avvertono un forte dolore in risposta a stimoli innocui in condizioni normali, come un leggero strofinio di una zona cutanea scottata dal sole, il movimento di un’articolazione nel caso dell’artrite reumatoide, tuttavia in questi pazienti il dolore non è costante e in assenza di stimoli periferici non avvertono nessun dolore. Nel caso dell’iperalgesia invece il dolore viene percepito in maniera molto intensa e persistente in assenza di stimoli sensitivi.
La componente meccanica dell’essere umano viene programmata per resistere ad alcune intensità entro alcuni range standard, anche se, in particolarissime condizioni anche questi possono essere superabili (per esempio i fachiri, i combattenti che applicano i Kuatsu) antalgici, tuttavia intervengono degli eventi per cui questi range divengono assolutamente personali, come nelle patologie presentate. Al di là delle ipotesi sull’alterazione del funzionamento del trasporto dei segnali dolorosi, non si sa cosa determini tale alterazione e quindi, come nella maggior parte delle patologie, l’eziologia è sconosciuta.
Per chi si occupa di ricerca interiore è facile vedere la
connessione con l’interiorità della persona,
che somatizza
l’insopportabilità di una qualche situazione interiore
che altera la percezione stessa, per cui anche uno stimolo di per sé innocuo, come uno sfioramento della cute è amplificato. Anche l’iperalgesia, come suggerisce il nome stesso, è un’amplificazione del dolore ma, in questo caso, l’insorgenza è spontanea, ossia non è necessario l’innesco dello stimolo. C’è da specificare che, in ogni caso (ossia anche in condizioni di cosiddetta normalità di funzionamento), l’innesco, lo stimolo di una sensazione non è mai la causa della propria percezione-reazione, che è sempre personale e potenzialmente modificabile in base al lavoro fatto su di sé e alla capacità di gestione (reale). Una perdita di un caro, seppure inneschi una fortissima sofferenza può prendere il sopravvento o meno proprio in base alla propria capacità di gestione che di fatto coincide al livello identificativo.
Il dolore come sintomo di identificazione (nocicettivo e neuropatico)
A tal proposito, possiamo rilevare che poiché, come visto, la patologia è la somatizzazione dell’identificazione in uno o più ostacolatori, il sintomo più frequente nelle maggior parte delle patologie è proprio il dolore che in realtà, è esso stesso un’identificazione, tanto è vero che il suo superamento è possibile attraverso un attraversamento-spostamento di attenzione, preludio della disidentificazione vera e propria, che coincide con un’estensione coscienziale, ed anche fisiologicamente, come vedremo, il suo superamento è simile.
Il dolore persistente può essere distinto in nocicettivo e neuropatico.
- Nel primo caso, il dolore è la conseguenza dell’attivazione dei nocicettori cutanei o dei tessuti molli in risposta di una lesione tissutale e viene generalmente avvertito nel corso di un processo infiammatorio, può essere lieve o intenso in base alla gravità della lesione.
- Il dolore neuropatico, invece, è la conseguenza di lesioni delle fibre nervose, periferiche o centrali, e viene percepito in maniera urente e simile a una stimolazione elettrica (ne è un esempio la nevralgia post-erpetica o il dolore dell’arto fantasma).
Trasmissione e localizzazione: dolore riferito e neurotrasmettitori

I segnali provenienti dai nocicettori vengono trasmessi ai neuroni del corno dorsale del midollo spinale e sono specifici. Poiché alcuni di essi, a livello periferico, si ramificano e innervano sia territori cutanei che viscerali, o forse perché i segnali cutanei sono predominanti rispetto a quelli viscerali, la loro elaborazione dà luogo al cosiddetto dolore riferito, ossia la lesione di un organo viscerale viene percepita come dolore di una zona cutanea (per esempio l’infarto miocardico provoca tipicamente dolore al braccio sinistro, oltre che al torace). È interessate osservare che
anche il dolore interiore
viene localizzato
in alcune zone del corpo,
come il petto, il plesso, la pancia, la gola, probabilmente perché, come visto nella precedente lezione, la matrice cellulare della cute è la stessa del sistema nervoso (l’esoderma) ed anche e soprattutto in funzione del fatto che il soma è la materializzazione dell’Io-psyché.
I neurotrasmettitori liberati in presenza del dolore sono il glutammato (principale neurotrasmettitore in tutte le fibre sensitive primarie, indipendentemente dalla modalità che esse mediano) e i neuropeptidi. Questi ultimi, diffondendosi in modo più esteso rispetto a quanto faccia il glutammato, contribuiscono alla scarsa localizzazione del dolore che spesso caratterizza molte sindromi dolorose. Anche in questo caso, al di là delle specifiche tecniche dei neurotrasmettitori, è da evidenziare che il dolore, caratterizzante molte sindromi, è diffuso, in quanto espressione di un malessere probabilmente non ben compreso nella sua eziologia coscienziale.
Sensibilizzazione centrale e memoria del trauma
In caso di lesioni tissutali periferiche, i processi di ritrasmissione dei segnali dolorifici possono essere modificati considerevolmente, generando aumento della sensibilità al dolore o iperalgesia. Ciò può essere dovuto alla sensibilizzazione dei nocicettori periferici in seguito a ripetuti stimoli meccanici nocivi, scatenata dalla liberazione di una complessa miscela di sostanze chimiche liberate dalle cellule lesionate. Le lesioni periferiche provocano anche infiammazione dei tessuti, i cui segnali principali sono l’aumento della temperatura (calor), l’arrossamento (rubor) e l’edema (tumor), i primi due sono determinati dalla vasodilatazione, l’edema dalla fuoriuscita di plasma. Poiché è determinata dall’attività nervosa è denominata infiammazione neurogena.
Nei casi di grave e persistente danno tissutale, le fibre nervose scaricano in modo ripetitivo e la risposta dei neuroni del corno dorsale aumenta progressivamente, perciò l’esposizione prolungata a stimoli nocivi provoca modificazioni a lungo termine della risposta dei neuroni del corpo dorsale del midollo spinale, costituendo una sorta di memoria dello stato delle fibre afferenti. Questo fenomeno è stato denominato sensibilizzazione centrale.
Anche interiormente avviene lo stesso processo, infatti, l’esposizione ripetuta e prolungata alla sofferenza, come nel caso di maltrattamenti (non solo fisici) o di traumi o di situazione percepite come stressanti, modificano l’organizzazione psichica (per esempio il disturbo post-traumatico da stress), per cui l’individuo diviene molto più sensibile, risonante, ad eventi che richiamano il danno primario,
il lavoro di elaborazione attraverso il vissuto,
proposto dalla Sigmasofia,
si rileva potenzialmente risolutivo
proprio perché è tutto l’Io-soma-autopoiesi che viene consapevolmente coinvolto in questo processo, la sola elaborazione verbale potrebbe anzi, infatti, avere l’effetto di nutrire la sofferenza, portandovi continuamente un’attenzione di tipo prevalentemente psichico-emozionale.
In alcune condizioni patologiche, l’alterazione dell’eccitabilità di questi neuroni determina una diminuzione della soglia per il dolore e la comparsa di dolore spontaneo. Questo risulta evidente nel caso dell’arto fantasma. L’amputazione di un arto veniva eseguita fino a poco tempo fa in anestesia generale, nella convinzione che fosse sufficiente per eliminare il ricordo del trauma dell’intervento chirurgico, tuttavia si è verificato che il midollo spinale continuava ad avere memoria del trauma, presumibilmente a causa del fatto che si instaurava una sorta di sensibilizzazione centrale, quindi attualmente, oltre all’anestesia generale, si applica la somministrazione diretta, a livello del midollo spinale, di agenti analgesici o l’infiltrazione di anestetico locale a livello della ferita chirurgica. Questo comprova che la coscienza non corrisponde (soltanto) con la lucidità, altrimenti l’anestesia totale basterebbe a sopprimere il ricordo del trauma, l’escamotage sicuramente utile delle infiltrazioni anestetiche nel midollo o sulla ferita chirurgica è uno spegnimento meccanico ma certo non può alleviare la sofferenza interiore legata a un’amputazione, così come i dolori interiori forse in fondo sono tutti un po’ un arto fantasma perché sono collegati sostanzialmente alla perdita (di qualcuno, di qualcosa).
Vie ascendenti e integrazione cerebrale

Le informazioni nocicettive vengono ritrasmesse dal midollo spinale al talamo, attraverso cinque vie ascendenti principali: i tratti spinotalamico, spinoreticolare, spinomesencefalico, cervicotalamico e spinoipotalamico. Il tratto spinotalamico è la via nocicettiva ascendente più sviluppata del midollo spinale. Il tratto spinomesencefalico, invece, interessa l’elaborazione della componente affettiva del dolore, in quanto alcuni neuroni proiettano all’amigdala, che sappiamo essere una struttura determinante del sistema limbico, implicato nella regolazione degli stati emozionali. La sostanza grigia periacqueduttale è coinvolta nella modulazione del dolore e nella risposta analgesica.
Pur essendo il talamo la struttura principale implicata nell’elaborazione del dolore, la sua percezione è complessa ed è fortemente influenzata dal contesto in cui gli stimoli nocivi vengono a operare e dall’esperienza pregressa dell’individuo. Sono numerosi infatti i neuroni della corteccia cerebrale che rispondono ai segnali nocicettivi. Quelli coinvolti nel giro del cingolo (facente parte del sistema limbico) si ritiene siano implicati nell’elaborazione degli stati emozionali che accompagnano il dolore. Esiste una particolare patologia denominata Asimbolia, in conseguenza della lesione dell’insula (struttura corticale collegata al sistema limbico), che comporta la capacità di percepire gli stimoli dolorosi e la distinzione tra un dolore acuto e uno gravativo, ma senza alcuna risposta emozionale. Ciò suggerisce che nell’insula vengano integrate le componenti sensitiva, affettiva e cognitiva del dolore,
a comprova dell’entanglement dell’Io-soma (-autopoiesi),
per cui una lesione del centro somatico di integrazione porta a vivere queste componenti come scisse.
Superamento del dolore: dalla convergenza fisiologica alla Sigmasofia
La percezione del dolore viene regolata dall’interazione di attività di fibre nocicettive e fibre non nocicettive, cioè dalla convergenza di informazioni di modalità sensitive diverse. Un esempio empirico di questo meccanismo è lo scuotimento della mano successiva a una martellata su un dito o a una scottatura: lo scuotimento è un riflesso motorio che può alleviare il dolore attraverso l’attivazione di altre fibre che sopprimono i segnali prodotti dagli stimoli nocicettivi. Questa ipotesi della convergenza è stata di aiuto per la terapia del dolore, di cui un applicativo è l’utilizzo della stimolazione elettrica transcutanea (TENS) che utilizza impulsi elettrici per stimolare i nervi periferici, attivando fibre nervose coinvolte nella trasmissione di segnali di pressione che inibiscono la trasmissione dei segnali dolorosi al cervello, riducendone quindi la percezione (oltre a favorire il rilascio di sostanze analgesiche). Questo è l’esempio, accennato inizialmente, della strategia di superamento fisiologica: ossia
la convergenza di informazioni di modalità sensitive diverse,
che cos’altro è se non
l’estensione coscienziale
attivabile consapevolmente
attraverso la disidentificazione?
Processo questo a cui poter arrivare attraverso le diverse tecnologie operative della Sigmasofia, che comprendono, oltre alle Autopoiesi Io-somatiche, olosgrafiche, la Sophy Martial Art e le altre, anche l’immagogia ipnagogica e l’ipnosi ipnagogica lucida.


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