

L’apprendimento è determinato dall’acquisizione di conoscenze e la memoria è ciò che consente il mantenimento di tali acquisizioni. L’apprendimento e la memoria sono infatti molto importanti nella vita di tutti i giorni. Anticamente si riteneva che la capacità di ricordare fosse una funzione che distingueva gli esseri umani dagli altri esseri viventi e che, pertanto, insieme alla volontà e alla ragione, fosse facoltà dell’anima, facoltà che li metteva in contatto con la divinità. Probabilmente proprio per le sue implicazioni, conoscerne i funzionamenti ha suscitato da sempre grande interesse e, nonostante gli importanti progressi scientifici in merito, è tutt’ora argomento di studio proiettato anche rispetto i possibili applicativi delle più moderne tecnologie, attuali e future, come l’intelligenza artificiale.
I termini memoria e ricordo, anche se vengono usati indifferentemente per indicare lo stesso concetto, hanno in realtà sfumature di significati differenti in base all’etimologia, il primo infatti si riferisce prevalentemente alle facoltà intellettive (dalla stessa radice latina di mens, mente), il secondo a quelle emotive (dal latino re-cordari, da cor, cuore, richiamare al cuore). In effetti, tale facoltà ha valore funzionale all’espletamento di attività quotidiane, ma ci individua anche come storia vissuta personale, tanto da condizionare i comportamenti attuali, modificabili in base a nuovi apprendimenti che potrebbero costituire nuove memorie-modalità comportamentali.
Per lungo tempo si è ritenuto che la memoria non avesse una localizzazione cerebrale specifica, anche perché si era scoperto che diverse regioni cerebrali interessano la conservazione della memoria, tuttavia nel corso del tempo si sono distinte diverse forme di apprendimento e di memoria, mediate da sistemi cerebrali specifici.
La memoria può essere classificata in base all’andamento della conservazione temporale in: memoria a breve termine e memoria a lungo termine.
La memoria a breve termine
La memoria a breve termine viene anche denominata memoria operativa, che mantiene le acquisizioni, anche se transitorie, necessarie a un particolare scopo. Essa consta di due sistemi: uno deputato alle informazioni verbali (fonologico) e l’altro alle informazioni visuo-spaziali. Questi due sistemi sono coordinati da un terzo sistema detto dei processi del controllo esecutivo, che provvede a controllare, gestire e aggiornare le informazioni acquisite. Il primo sottende a mantenere cosciente un’informazione verbale, l’altro a trattenere immagini mentali di oggetti presenti e a collocarli nello spazio. L’area cerebrale maggiormente coinvolta per la memoria operativa è la corteccia prefrontale, sono implicate anche la corteccia parietale e l’ippocampo.
Memoria a lungo termine
La memoria a breve termine viene trasferita alla memoria a lungo termine in maniera selettiva. Lo studio di casi clinici[1], unitamente a studi di laboratorio hanno portato all’individuazione dell’ippocampo come un’importante area deputata alla memoria a lungo termine, in particolare l’area destra è coinvolta per il riconoscimento spaziale, l’area sinistra per il ricordo verbale, di persone o oggetti. Questi studi portano a distinguerla in memoria implicita ed esplicita.
- La memoria implicita (detta anche procedurale o non dichiarativa) è un apprendimento automatico con poca partecipazione conscia da parte del soggetto (che infatti non ricorda di aver appreso quanto appreso), riguarda pertanto l’apprendimento di manovre abili, le abitudini, il condizionamento e la memoria da innesco (come il ricordare una serie di parole precedentemente elencate, soltanto con l’aiuto del suggerimento delle prime lettere che formano le parole da ricordare). Ne sono un esempio l’imparare ad andare in bicicletta o a guidare un’auto, negli animali il saper alzarsi di un puledro poco dopo essere nato. Può essere definita come la predisposizione innata all’apprendimento funzionale all’esistenza.
- La memoria esplicita (o dichiarativa), invece, consiste nel ricordo volontario o conscio di esperienze pregresse, relative a persone, oggetti e luoghi. Mentre questo tipo di memoria è flessibile, in quanto diverse informazioni possono venire associate in circostanze diverse, la memoria implicita è strettamente collegata alle condizioni originali nelle quali ha avuto luogo l’apprendimento. La memoria esplicita può venire ulteriormente distinta in memoria episodica e memoria semantica. La memoria episodica riguarda gli eventi di vita personali, la memoria semantica l’assimilazione di nuovi concetti o parole. La memoria esplicita è quindi quella più condizionabile dalla propria organizzazione interiore, quella che può essere inficiata dagli ostacolatori o che può essa stessa fungere da ostacolatore. Scopriamone il perché.
I quattro meccanismi del lobo temporale
Il lobo temporale ha un ruolo principale in entrambe le tipologie di memoria: in quella esplicita episodica e in quella esplicita semantica, tuttavia, come visto, la memoria a lungo termine non è localizzabile in un’unica area cerebrale, è al contrario distribuita in diverse regioni a cui si può accedere indipendentemente (tramite elementi visivi, verbali o di altre sensibilità).
La memoria esplicita viene mediata da quattro meccanismi:
- la codificazione
- la conservazione
- il consolidamento
- il richiamo
La codificazione è il meccanismo attraverso il quale si assimilano le nuove informazioni e come vengono associate a quelle preesistenti, è quindi fortemente implicata l’attenzione. La codificazione è tanto più solida quanto più il soggetto è motivato a ricordare. Cominciamo a vedere perché questo tipo di memoria può essere ostacolante od ostacolata. L’attenzione e la volontà sono esse stesse principi attivi da formare, da forgiare. L’attenzione, così come la volontà sono facoltà psichiche pertanto anch’esse risentono dell’organizzazione interiore risultante dal modo di interiorizzare gli eventi di vita. Lo stesso vale per la motivazione. Il livello d’attenzione, infatti, può essere strettamente legato alla motivazione, al grado di interesse per la situazione, per l’argomento a cui ci approcciamo. La capacità di ascolto è un fattore essenziale per poter ricordare, memorizzare le informazioni. Come sappiamo, l’eccessiva identificazione nei propri contenuti costituisce una forma di chiusura verso l’altro, che non permette di far assimilare i suoi contenuti, pertanto di ricordarli ma, allo stesso modo, l’essere scarsamente presenti a sé mentre si vivono delle esperienze può parimenti tradursi in una scarsa capacità di ricordarle. La motivazione, in entrambi gli esempi (se ne possono fare molti altri), è materiale di possibile approfondimento per una maggiore consapevolezza dell’organizzazione interiore, di cui sopra. A sua volta tale memoria può divenire ostacolante azioni o situazioni collegate in conseguenza di una codificazione parziale o alterata.
La conservazione riguarda i meccanismi neuronali e le aree coinvolte per la conservazione delle informazioni. Una delle caratteristiche più sorprendenti della conservazione riguarda la capacità di immagazzinamento che, ad oggi, risulta pressoché illimitata. È un esempio di quanto molte delle nostre facoltà sono espresse in misura davvero limitata rispetto alle potenzialità, l’identificazione nei contenuti acquisiti ne è la maggiore causa, determinando dispersione anche dal punto di vista energetico, rispetto al potenziale di applicazione.
Il consolidamento è il processo che rende più persistenti le informazioni apprese che, come approfondiremo più avanti, comporta variazioni strutturali delle sinapsi dovute alla sintesi di proteine e all’espressione di geni. Abbiamo precedentemente affermato che le esperienze costituiscono apprendimenti che possono poi essere richiamati alla memoria. Le esperienze, soprattutto se penetrate, comportano un coinvolgimento di tutto l’Io-soma-autopoiesi, la ripetizione, ma anche l’intensità, rinforza le sinapsi che rendono via via più immediati e profondi i vissuti, allo stesso modo, la non pratica comporta un deterioramento delle stesse, perché non sollecitate e quindi non più ritenute utili, da qui l’importanza secondo me della motivazione a penetrare i vari vissuti, esperienze di vita. Un percorso prevalentemente pratico di formazione a se stessi, come quello proposto dalla Sigmasofia, consente infatti di consolidare nuovi apprendimenti comportamentali e di mettere in remissione quelli ritenuti disfunzionali per sé, proprio in conseguenza della neuroplasticità coscienziale, che non può prescindere da un reale motivazione a voler approfondire la conoscenza di sé.
Il richiamo è il processo mediante il quale si ricordano le informazioni conservate. Questo meccanismo comporta informazioni diverse che vengono conservate in aree diverse. È un processo simile alla percezione, pertanto soggetto a distorsione, in quanto è un processo costruttivo. Il richiamo è collegato al modo in cui una certa esperienza è stata codificata. Un esempio è l’esperimento comportamentale attraverso il quale veniva chiesto ai soggetti di ricordare frasi come “l’uomo ha sollevato il piano”. Nella fase successiva, le parole “qualcosa di pesante” risultavano più efficaci per ricordare la parola “piano”, rispetto alla frase “qualcosa con un suono dolce”. Poiché altri soggetti codificavano la frase “l’uomo ha accordato il piano”, per loro la frase “qualcosa di dolce” era più efficace per ricordare la parola “piano” piuttosto che la frase “qualcosa di pesante”.
Organizzazione interiore, memoria episodica e semantica
A questo proposito, negli anni trenta lo psicologo Bartlett fece delle ricerche facendo leggere a dei soggetti delle storie che dovevano poi raccontare. Si evidenziò che le storie venivano sintetizzate e in qualche modo rielaborate in modo che fossero più coerenti, senza che il soggetto se ne rendesse conto, tanto da risultare più sicuro degli elementi da lui modificati rispetto alla versione originale. Ciò ha fatto indurre a pensare che la memoria esplicita sia un processo costruttivo come la percezione, in effetti ne è essa stessa un prodotto, e la percezione non è una riproduzione passiva del mondo esterno ma una trasduzione dei segnali sensoriali in base ai sistemi di codificazione specifici (pensiamo per esempio al fatto che i suoni in natura sono onde meccaniche, trasdotti in segnali elettrici elaborati sotto forma di ciò che denominiamo suoni). Poiché il mondo esterno viene percepito in base alla posizione che si riveste nello spazio e alla propria esperienza pregressa con cui si elaborano le nuove informazioni, ne deriva che il ricordo non è una copia fedele del contesto originale ed è condizionato anche dalla necessità di rendere coerente l’attuale esperienza con il confronto di quelle pregresse.
Torniamo al concetto di organizzazione interiore.
Questa si forma già nella vita intrauterina e risente di molti fattori, tra cui gli umori materni che vengono registrati prima che le facoltà psichiche, non ancora formate, possano decodificarli, renderli coscienti, unitamente al processo di autocreazione e fusionalità con l’Io-soma materno. Successivamente l’apparato neuro-psico-motorio del neonato farà esperienza del mondo esterno (e interno) creando continuamente sinapsi, gli stimoli ricevuti e il modo di riceverli determineranno quella che possiamo denominare organizzazione interiore, che andrà via via modificandosi per tutta la vita in base agli stessi processi. Poiché non si può prescindere da questa forma di autoreferenzialità, ognuno avrà di un evento una propria percezione e un proprio ricordo che, quindi, non può non essere filtrato dalla propria storia personale, dal proprio grado di consapevolezza, che può essere reso più ampio quanto più le esperienze saranno penetrate nei significati acquisiti ma anche trascesi dalla percezione della fisiologia autopoietica che li forma. Come prima accennato, quindi, se la codificazione è personale, non può non risentirne il richiamo mnemonico.
L’utilizzo della PET e della fMRI per studiare le arre coinvolte durante l’apprendimento di nuove nozioni e quelle coinvolte per il loro ricordo, hanno evidenziato che e le cognizioni della memoria episodica dipendono dall’interazione tra le cortecce associative e il lobo temporale mediale. Per l’apprendimento episodico vengono coinvolte i processi cognitivi della corteccia prefrontale e i processi associativi del lobo temporale mediale. Poiché l’osservazione di pazienti amnesici ha rilevato che essi sono in grado di ricordare eventi più antichi rispetto a quelli immediatamente precedenti l’evento comportante l’amnesia, si ritiene che il lobo temporale mediale sia necessario per l’immagazzinamento temporaneo di ricordi che, dopo un periodo sufficientemente lungo, possono essere richiamati direttamente da altre zone corticali[2].
Le cognizioni della memoria semantica, quella cioè relativa ai concetti, alle informazioni circa le parole, gli oggetti e al loro significato, vengono conservate in cortecce associative diverse, in maniera distribuita nel neocortex e il loro richiamo dipende dalla corteccia prefrontale. Il cervello sembra organizzare le nozioni semantiche secondo concetti come la forma e la funzione, siccome alcune categorie di nozioni sembrano rispondere alla forma (come per esempio gli esseri viventi), mentre altre dipendono dalla funzione (per esempio gli oggetti inanimati), una lesione focale può determinare la perdita della memoria di particolari categorie risparmiandone altre, proprio perché le componenti semantiche di un concetto sono distribuite in diverse regioni. Per esempio, sono state osservati pazienti con lesioni mnesiche specifiche in seguito alle quali alcuni sapevano definire con precisione la funzione di uno specifico oggetto ma definivano per esempio in modo errato un insetto come un volatile, altri presentavano il deficit opposto. Stiamo iniziando ad osservare quanto accennato inizialmente, e cioè che la memoria è una funzione che coinvolge più aree cerebrali e, in questo senso, si può comprendere meglio perché per lungo tempo si ritenesse non avere una localizzazione specifica, i successivi studi hanno evidenziato aree specifiche per particolari tipi di memoria, ma ciò non toglie l’evidenza di una distribuzione estesa. Questo potrebbe essere considerato una sorta di espediente dell’innato per conservare alcune componenti della memoria, anche in caso di lesioni, proprio per conservarne quanto possibile la funzione, così importante per lo svolgimento delle attività quotidiane e per la propria individuazione.
Memoria implicita
Come precedentemente accennato, la memoria implicita consiste nella
conservazione di nozioni che vengono acquisite senza una particolare applicazione cosciente e guidano il comportamento in maniera inconscia.
In genere, questa forma di memoria è caratterizzata da un apprendimento progressivo mediante ripetizione, inizialmente è necessario un grande livello di attenzione in chi deve apprendere, con la pratica le prestazioni divengono più accurate e rapide fino a che i miglioramenti determinano l’apprendimento, che procede verso uno stato automatico dove le manovre vengono via via eseguite senza prestare particolare attenzione, pensiamo per esempio all’imparare a guidare un’auto. Ecco che la ripetizione acquisisce valore funzionale e non disfunzionale come invece viene attribuito alle coazioni a ripetere. Ancora una volta possiamo osservare come qualunque funzione possa essere funzionale o disfunzionale in base all’utilizzo, esattamente come accade per gli ostacolatori, che possono divenire facilitatori in base agli stessi meccanismi. Sintetizzando, è l’identificazione-fissazione che sposta l’ago della bilancia tra il funzionale e il disfunzionale collocandola in quest’ultima definizione, in linea con l’evidenza che l’innato è sostanzialmente una predisposizione a (…), programmata per il mantenimento in vita (di cui fa parte anche il punto morte) che corrisponde a movimento, creazione continua, nel senso più ampio del termine, come testimoniano i meccanismi di adattabilità, flessibilità, neuroplasticità sempre presenti in qualunque funzione, come a suggerire che l’immobilità non esiste, è contra natura. Un Io fermo, fisso in se stesso non può che ammalarsi, esprimere discrasie Io-somatiche, ma che sono anch’esse espressioni di movimento.
L’apprendimento delle abilità sensori-motorie dipende dal cervelletto, i gangli della base e dal neocortex, come dimostrato da esperimenti su soggetti durante l’apprendimento di compiti sensori-motori monitorati mediante neurovisualizzazione funzionale. Ma, così come determinate lesioni delle suddette aree corticali comportano la relativa difficoltà funzionale, così l’abilità comportamentale può dipendere da variazioni strutturale di tali aree, come testimoniato dall’espansione della rappresentazione corticale delle dita dei musicisti. Ecco in evidenza un altro esempio di come lo stesso campo di forza, se compresso reiteratamente in identificazioni acquisite determina discrasie, se applicato all’apprendimento determina una particolare abilità. Siamo sempre nell’applicativo di ambiti acquisiti, specifici, ma i diversi applicativi possono essere funzionali o meno in base all’utilizzo. La trascendenza, conseguente all’attraversamento dell’acquisito, può farci vivere il campo di forza pre-identificazione, che corrisponde infatti a un’espansione di coscienza, da poter applicare potenzialmente a qualunque contenuto.
L’apprendimento percettivo migliora la capacità di rendersi conto del significato di nuovi rapporti sensoriali, come per esempio quella di imparare a leggere un testo invertito da uno specchio (decodifica maieutica delle Autopoiesi Io-somatiche). Lo studio mediante neurovisualizzazione ha messo in evidenza che, proprio in questo genere di apprendimento allo specchio, le aree interessate cerebrali venivano invertite[3], riflettendo il passaggio da uno stato nel quale il problema è quello di ruotare mentalmente le lettere invertite dallo specchio a quello in cui il soggetto riesce a leggere direttamente le lettere invertite; quindi, quando le prestazione di un’attività motoria passano da uno stato cognitivo a uno automatico, i processi nervosi interessati cambiano. Gli allenamenti di Sophy Martial Art che potenziano, tra le altre la capacità, quella di eseguire più comandi, anche complessi, simultaneamente, forgiano l’Io necessariamente al processo disidentificativo e allo stesso tempo lucido, proprio perché stimolano aree cerebrali che solitamente non vengono sollecitate in quel modo. Questo, insieme a tutte le altre attività formative pratiche, tra cui prioritariamente la conoscenza vissuta delle proprie componenti relazionali (con sé e gli altri) consentono di saper leggere, decodificare un contesto oltre a ciò che è manifesto, apparente. Il percorso sigmasofico, in questo senso, consente una forma di apprendimento percettivo continuo.
La memoria implicita sta anche alla base dell’apprendimento di abitudini o del condizionamento pavloviano, ossia dell’apprendimento graduale della relazione predittrice tra uno stimolo e la risposta. Una forma di condizionamento che, al solito, può essere funzionale o meno. Approfondiamo.
Il condizionamento
La memoria implicita può essere associativa o non associativa. In quest’ultimo caso il soggetto viene esposto una volta o ripetutamente ad un unico tipo di stimolo. Ciò può determinare l’innesco dell’abitudine. Pensiamo per esempio al trasalimento nel sentire per la prima volta le sirene dei veicoli dei pompieri la cui sede è in prossimità nella nuova casa dove abitiamo, in seguito all’esposizione ripetuta dello stimolo la risposta reattiva diminuisce. La sensibilizzazione (o pseudocondizionamento) è un altro esempio di risposta non associativa, si verifica quando vi è un aumento di una risposta a diversi stimoli successivamente all’esposizione di uno stimolo intenso o doloroso, per esempio una risposta intensa a uno debole stimolo tattile dopo aver subito un intenso stimolo doloroso. La memoria implicita associativa mette in relazione l’apprendimento tra due stimoli determinando quello che viene denominato condizionamento classico, o mette in relazione il comportamento dell’organismo e le conseguenze di quel comportamento, determinando quello che viene denominato condizionamento operante.
Condizionamento classico
Il condizionamento classico mette in relazione uno stimolo condizionato (SC), che viene scelto perché neutro (un suono, una luce, ecc.), cioè che non induce nessuna risposta oppure ne determina una debole e che, in genere, non ha alcun rapporto con la risposta che verrà appresa, con uno stimolo incondizionato (SI), che viene scelto invece perché induce una risposta intensa, come un uno shock elettrico o il cibo. Le risposte incondizionate sono innate, si manifestano senza apprendimento.
La presentazione di uno SC seguito ripetutamente da un SI induce una risposta nuova e quindi condizionata. Il condizionamento avviene perché l’accoppiamento ripetuto dei due stimoli fa sì che SC divenga un segnale anticipatorio di SI, tanto che la risposta si manifesterà in presenza dello SC, in anticipo quindi rispetto allo SI. Ne è un esempio il condizionamento di Pavlov. Pertanto il condizionamento classico rappresenta il modo in cui un animale impara a prevedere un evento.
Se, successivamente, allo SC non verrà fatto seguire lo SI, la risposta condizionata diminuirà fino a scomparire, questo processo, detto di estinzione è un adattamento che rappresenta comunque una forma di apprendimento importante e non una dimenticanza (non sarebbe infatti un buon adattamento se l’animale continuasse a rispondere a stimoli non più significativi per lui).
Per un lungo periodo si pensava che fosse il numero di accoppiamenti tra i due stimoli a determinare la risposta condizionata e soltanto in coincidenza di un intervallo di tempo critico tra di essi, ma se il condizionamento dipendesse soltanto dalla sequenza temporale, non rappresenterebbe una buona forma di adattamento-apprendimento, infatti gli animali sono in grado di ricordare le reali associazioni tra gli eventi, distinguendole dalle associazioni casuali. Siamo infatti abituati a considerare il termine condizionamento come determinante una risposta sostanzialmente errata, non pienamente voluta. Nel caso degli animali, invece, come visto è una forma di apprendimento adattivo e, in quanto tale, modificabile in base alle necessità. Il punto è che l’animale è collegato più direttamente all’innato, all’istinto, alla spontaneità, proprio perché meno sovrastrutturato, rispetto all’essere umano, ma anche lui possiede le stesse potenzialità; la risposta istintiva nell’essere umano, invece, non sempre è proporzionata allo stimolo in sé, quando ciò accade è perché risente piuttosto dei contenuti acquisiti con i quali filtra l’esperienza che sta vivendo.
Condizionamento operante
Come accennato, il condizionamento operante mette in relazione un comportamento con un risultato (e non due stimoli, come per il condizionamento classico). Un esempio tipico di condizionamento operante di laboratorio è rappresentato dal caso di un ratto che ottiene del cibo se attiva una leva appositamente predisposta nella sua gabbia. In conseguenza di un precedente apprendimento, o per attivazione casuale della leva, se l’animale riceve rapidamente il rinforzo positivo (il cibo), comincerà a premerla più frequentemente rispetto all’azione casuale e presumibilmente in coincidenza dello stimolo della fame. Il condizionamento operante controlla quindi un comportamento volontario e non riflesso (come nel caso del condizionamento classico). In generale, le azioni che determinano conseguenze piacevoli vengono ripetute contrariamente a quelle che ne determinano di spiacevoli, anche se non necessariamente dolorose. Pertanto, molti psicologi sperimentali ritengono che questa legge, detta legge degli effetti, determini gran parte del comportamento volontario. In entrambi i tipi di condizionamento, seppure l’intervallo temporale tra i due eventi (siano essi stimoli o comportamenti) da solo non è determinante, è comunque importante.
La Sigmasofia orienta l’essere umano a
trascendere il positivo e il negativo
(dopo averli riconosciti e attraversati)
in funzione, come detto più volte, della
disidentificazione
che, oltre a rendere consapevoli della componente energetica al di là del contenuto, consente un’identificazione funzionale (quindi transitoria) negli applicativi acquisiti. Il condizionamento, secondo l’accezione più comune negativa, dipende da deficit di formazione a se stessi, nel non riconoscimento della propria autodeterminazione perché ostacolati da diversi contenuti acquisiti, ognuno dai propri. Una volta riconosciuta, forgiata e assunta la propria autodeterminazione, si può liberamente scegliere il proprio condizionamento, necessariamente in linea con quanto si vuole realizzare, a quel punto probabilmente più che di condizionamento si utilizzerebbe il termine auto-suggerimento, auto-orientamento. Se, per esempio, l’usanza religiosa e culturale del mio Paese, della mia famiglia, mi condiziona all’uso del Burka, ma io riconosco altre modalità comportamentali in dissonanza con quell’uso, posso autocondizionarmi a non indossarlo.
Gli errori di memoria

Abbiamo precedentemente accennato che leggendo dei racconti e successivamente nel ripeterne il contenuto, possono essere presenti degli errori, come distorsioni o omissioni di alcuni elementi. È nell’esperienza comune dimenticare a volte quello che si vuole fare, o si vuole dire. Si possono riassumere le imperfezioni della memoria in sette categorie: labilità, distrazione, blocco, errata attribuzione, suggestionabilità, distorsione e persistenza.
La labilità in genere è un deficit conseguente a patologie. In Sigmasofia, in generale, gli errori di memoria, sono imputabili alla presenza di ostacolatori, che impediscono, appunto, l’allineamento consapevole con un dato evento del passato o rispetto a un’intenzionalità. Vediamone alcuni esempi.
Rispetto alla distrazione, seppure facilmente descrivibile come mancanza di attenzione, non sono stati ancora individuati i correlati neuronali. Durante il percorso formativo, è frequente osservare la distrazione come conseguenza oppositiva all’altro, o a se stessi. Rispetto al Maieuta, spesso, in qualità di figura di riferimento su cui il ricercatore trasla dinamiche di potere non risolte, accade infatti che, nonostante la volontà di seguirne le indicazioni, si distragga per affermare i propri contenuti, per affermare un’identità diversa, come se il seguire comportasse una perdita del proprio potere. In ultima osservazione, è un’opposizione a se stessi, a non portare a termine una propria intenzionalità. Accade sovente anche che la persona decida di voler fare un qualcosa ma poi una parte di sé, spesso inconsciamente, ma anche consciamente, ne ostacoli la realizzazione. Nella relazione in orizzontale, possiamo incontrare componenti di disinteresse non assunto, non consapevolizzato o pulsioni ambivalenti; rispetto a se stessi (oltre a ciò che abbiamo descritto) può manifestarsi in conseguenza dell’assorbimento in specifici contenuti che comporta la non attenzione al contesto in atto o, al contrario, in molteplici contenuti in maniera dispersiva.
Il blocco è un’incapacità temporanea di ricordare un’informazione. Ricerche eseguite mediante fMRI, su soggetti che tentavano di ricordare delle informazioni in risposta a suggerimenti hanno rilevato l’attivazione delle regioni implicate nei processi cognitivi[4]. Può essere letto come una forma di negazione di eventi emotivi intensi, o la conseguenza di un afflusso ingente di forti emozioni in quel momento non gestite (il blocco durante un’esibizione, un esame ecc.), non a caso le aree corticali implicate sono deputate all’elaborazione cognitiva di informazioni di tipo emotivo.
L’errata attribuzione si riferisce all’errata associazione di una memoria con una persona, un luogo, un tempo. La falsa memoria è un ricordo di eventi che non hanno mai avuto luogo. Poiché mediante fMRI l’area interessata evidenziata sia per i falsi che per i veri ricordi è in entrambi i casi l’ippocampo, ciò potrebbe spiegare perché talvolta delle false memorie sembrano reali. Anche in questo caso, l’aspetto emotivo e proiettivo gioca un ruolo importante, è interessante osservare che sia nel caso della falsa memoria sia nel caso di una memoria reale l’area corticale implicata sia la stessa, in quanto è l’insieme dell’organizzazione Io-somatica del momento che crea quel tipo di connessione tra gli eventi.
La suggestionabilità è la tendenza a incorporare informazioni estranee alla propria memoria. In soggetti giovani, per esempio, è stato dimostrato che il suggerire loro di immaginare ripetutamente alcune esperienze può determinare la produzione di memorie di episodi in realtà mai avvenuti. Ciò dimostra che la memoria non è soltanto un ripasso, tuttavia ad oggi non c’è nessuna conoscenza sulle basi neurali della suggestionabilità. A questo proposito si apre un lungo capitolo che è opportuno approfondire in un altro momento. Sinteticamente possiamo affermare che l’immaginazione è una creazione percettiva che si manifesta nel momento stesso in cui la produciamo, l’identificazione in essa (determinata da motivazioni personali in base alla propria storia di provenienza e all’organizzazione interiore del momento) può determinare la falsa memoria, di cui sopra. La tendenza a incorporare informazioni estranee alla propria memoria, soprattutto se riferite da persone che riteniamo significative, alle quali attribuiamo particolari competenze, evidenzia che siamo risonanti e, quindi, in qualche modo ci appartengono (e, per entanglement, è così). Esiste anche l’auto-suggestione, che può essere una risorsa, al pari del condizionamento, se applicata a un’intenzionalità da realizzare. Come per tutti gli stati coscienziali è espressione del proprio livello di consapevolezza, di conseguenza può essere funzionale o disfunzionale in base all’applicativo.
La distorsione si riferisce alle alterazioni inconsce della memoria. Può accadere spesso che si alteri il proprio passato per renderlo più conforme alle attuali conoscenze. Anche rispetto alla distorsione nulla si sa circa i meccanismi neurali che la determinano. Poiché la memoria, come visto, è un processo costruttivo al pari della percezione, va da sé che, ancora una volta, la presenza di ostacolatori non superati alteri il ricordo. Può accadere rispetto a eventi in cui è presente una risonanza emotiva significativa.
La persistenza si riferisce alla tendenza a ricordare ossessivamente ricordi spiacevoli. Studi relativi mediante PET hanno messo in evidenza che l’area maggiormente coinvolta è l’amigdala, che sappiamo essere implicata nei processi emotivi. Tuttavia la persistenza può essere funzionale quando ricordare informazioni di eventi traumatici può avere un’importanza cruciale per la sopravvivenza. In realtà tutte le imperfezioni della memoria possono avere un valore funzionale, per esempio ricordare ogni dettaglio di ogni cosa potrebbe comportare un grosso sovrappeso di cose inutili (come nel caso della distrazione e il blocco di memoria). La persistenza è un’identificazione e, come tale, coinvolge sempre le aree emotive, essendone espressione. Assume valore funzionale perché veicola l’esigenza ad essere superata, per questo, nel percorso formativo a se stessi, è importante lasciarla esprimere finché, se realmente vissuta, elaborata e consapevolizzata, necessariamente si esaurisce.
Conclusioni
In conclusione, possiamo ipotizzare che la memoria non abbia una localizzazione specifica in quanto è una riattualizzazione degli eventi, una creazione degli stessi che, in quanto tale,
risente dell’organizzazione Io-somatica dell’Io che le produce,
indipendentemente dalla collocazione spazio-temporale che, infatti,
è una convenzione rispetto
al continuo presente.
Note
[1] Il primo caso, e quello meglio studiato, fu quello del paziente H.M., un uomo di ventisette anni che in seguito a un incidente in bicicletta all’età di sette anni, riportò una lesione cerebrale temporale che causò un’epilessia intrattabile per più di dieci anni, che in età adulta lo rese inabile al lavoro. In seguito all’asportazione chirurgica della formazione ippocampale, l’amigdala e parte della corteccia associativa temporale, le crisi epilettiche divennero meglio controllabili ma, pur conservando la memoria operativa, il paziente non era in grado di ricordare eventi di alcuni anni precedenti l’operazione, contrariamente a quelli relativi alla sua infanzia, e non era in grado di trattenere ricordi di nuove acquisizioni per lungo tempo.
[2] Ciò spiegherebbe la conservazione dei ricordi d’infanzia del paziente H.M. nonostante l’asportazione del lobo temporale mediale.
[3] Prima dell’addestramento veniva registrata l’attivazione prevalente della corteccia parietale (area deputata all’analisi visiva) e in minor misura della corteccia temporale inferiore (area deputata alle rappresentazioni visive), dopo l’addestramento il coinvolgimento della corteccia parietale è minore di quella temporale inferiore.
[4] Come per esempio la corteccia cingolata anteriore e la corteccia prefrontale laterale destra.


Lascia un commento